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Identikit degli under 25: disoccupati

Mattias Mainiero risponde a Enrico Venturoli

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Identikit degli under 25: disoccupati

A “Omnibus”, su LA7, un giovane ha fatto un intervento di notevole spessore infrangendo il coro di conformismo che ammorba l’informazione. Se si depura il numero dei giovani che non lavorano dal totale di quelli che ancora studiano, il tasso di disoccupazione giovanile scende dal 36% a circa il 10. In questo caso, ha sostenuto, diffondere la percentuale sensibilmente più negativa non fa che creare pessimismo, scoraggiando i giovani in cerca di lavoro.

Enrico Venturoli

Roma

Quel giovane, caro Venturoli, ha detto una parte della verità. Noi che siamo un po’ cresciutelli, gli raccontiamo il resto: forse da grande eviterà di fare una figuraccia. Mi segua. Quel 36 per cento, come specifica l’Istat, è effettivamente la percentuale riferita non all’intera popolazione giovanile (15-24 anni) ma ai giovani cosiddetti “attivi”, cioè occupati e disoccupati in cerca di lavoro. Sono esclusi gli studenti e coloro che, per un motivo o per l’altro, non hanno alcuna intenzione di lavorare. Se invece i conti si fanno rispetto al totale degli under 25 la percentuale crolla al 10,5, più o meno un ragazzo su dieci. Con la stessa logica, però, potremmo anche dire che il tasso di inattività giovanile (studenti più disoccupati senza speranza) nel nostro Paese si avvicina al 90 per cento. Traduzione: i giovani in Italia, e non per colpa loro, o studiano o non fanno nulla. C’è di più: i calcoli dell’Istat si basano su una convenzione internazionale, valida da noi e dappertutto. E quindi, come sempre capita in questi casi, la cosa migliore da fare è raffrontare i nostri numeri con quelli stranieri. Bene: noi siamo al 36. Germania: 7,9. Austria: 8,3. Media dell’area euro: 22,6. Media dell’intera Unione europea: 22,7. Siamo gli ultimi. Peggio di noi stanno solo la Grecia (52,1, dato di marzo) e la Spagna (52,1). Altri dati: in Italia (primo trimestre dell’anno, non mese di maggio) i giovani occupati erano il 18,6%. Paesi Bassi: 62,4. Svizzera: 61,4. Islanda: 56,7. Media dell’area euro: 33,3. La Spagna e la Grecia peggio di noi. In breve: stiamo inguaiati, e non è sensazionalismo. Le statistiche, caro mio, bisogna saperle leggere e leggerle nella loro completezza. Quando il giovane fenomeno tornerà in tv, converrà farglielo notare. E magari chiedergli come mai, con una così alta preparazione governativa, non è diventato ministro dell’esecutivo tecnico.

mattias.mainiero@liberoquotidiano.it

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