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Il "libro bianco" sui trasporti

Troppe auto e poche strade
Nel '700 viaggiavano più veloci

In città la velocità che raggiungono le macchine di 7 chilometri l'ora. Per raggiungere Malpensa da Milano ci vuole più tempo che arrivare a Roma in aereo

Con un parco veicoli circolante di 41,4 milioni di unità l’Italia detiene il record mondiale ed europeo per densità in rapporto alla propria rete stradale. Confcommercio: l’aumento, rispetto al 1970, è stato del 271%, a fronte di una crescita dell’intera rete stradale del paese del 34%

La velocità media attuale nei maggiori centri urbani italiani ricorda da vicino quella raggiunta alla fine del '700: oscilla intorno ai 15 km/h e scende fino a 7-8   km/h nelle ore di punta. E’ uno dei sintomi messi in rilievo dal 'libro bianco' dei trasporti di Confcommercio per dimostrare il “congestionamento” delle reti urbane e metropolitane del Bel Paese, che ha “costi sociali ed economici altissimi”. E che a sua volta produce effetti difficilmente sostenibili, se non grotteschi, come il fatto che si impieghi più tempo per raggiungere l’aeroporto della Malpensa o di Orio al Serio dal centro di Milano che per viaggiare in aereo tra il capoluogo lombardo e Roma o Trapani. 

Criticità - Il sistema di trasporto nazionale sopporta il peso di criticità diffuse e profonde. La congestione delle reti, si legge nel  rapporto, è il risultato di “un mix micidiale di ingredienti: parco auto circolante, infrastrutture urbane ed extraurbane inadeguate, trasporto pubblico inefficiente, mancanza di parcheggi, tariffe   popolari non usate come regolatori della domanda, bassa velocità commerciale e, non ultimo, inquinamento”.

Parco auto - Con un parco veicoli circolante di 41,4 milioni di unità l’Italia detiene il record mondiale ed europeo per densità in rapporto alla propria rete stradale. E’ quanto emerge dal 'libro bianco' sui Trasporti di Confcommercio in cui si sottolinea  che l’aumento, rispetto al 1970, è stato del 271%, a fronte di una crescita dell’intera rete stradale del paese del 34%.

Infrastutture aspettano da quasi mezzo secolo -  Sono le cosiddette “incompiute”: un gruppo di 27 infrastrutture viarie, quelle più spesso invocate (invano) dagli imprenditori sul territorio, in qualche modo cominciate e mai portate a termine. Tutte insieme valgono 31 miliardi di euro ed hanno ormai accumulato ritardiche variano da un minimo di 5 anni (la terza corsia dell’A11 in Toscana e il prolungamento dell’A27 in Veneto) a un massimo di 50 (il tunnel Rapallo Fontanabuona in Liguria e la trasversale Fano-Grosseto in Toscana). Ma l’elenco è lungo e attraversa la penisola daun capo all’altro, isole incluse: va dalla ormai celebre Pedemontana Veneta, che si trascina in una interminabile gestazione da  46 anni e ancora non vede la luce, all’autostrada Roma-Latina (11 anni), o, ancora, la statale 96 Bari-Matera (20 anni).

Tagli - Se si guarda allo stato di attuazione del PIS10 (Programma per   le infrastrutture strategiche), attualmente valutato oltre 367 miliardi di euro, emerge che solo il 9,3% delle opere è stato portato  a termine, oltre metà è ancora in fase di progettazione. “E' senza   dubbio doveroso - si legge nel documento - tenere nella debita   considerazione gli effetti che la grave congiuntura economica   inevitabilmente stanno esercitando sugli stanziamenti previsti”. Le risorse per nuove infrastrutture hanno subito nell’ultimo biennio 2009-2011 una riduzione del 34%, toccando il livello più   basso da venti anni a questa parte. Ed è facile prevedere che il taglio di 18 miliardi negli stanziamenti per il triennio 2012-2014 finirà per pesare soprattutto, ancora una volta, sulla spesa   destinata ad investimenti pubblici. Ma allo stesso tempo, “va  ricordata la pericolosa lentezza con cui si stanno utilizzando i 41,2 miliardi di fondi strutturali e FAS stanziati per il quinquennio 2007-2013”. Si tratta di stanziamenti destinati a programmi di infrastrutture nazionali (11,7 mld) e regionali (29,5 mld) destinati per l’85% nel Mezzogiorno. Al momento risulta utilizzato solo il 12% delle risorse: il rischio è trovarsi a fine anno obbligati a restituire a Bruxelles 2,6 miliardi di euro, la porzione comunitaria dei fondi FAS stanziati.

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