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La banca-rotta del Pd

Mps, la prova della stecca
sull'acquisto di Antonveneta

I pm indagano su un patto segreto con Santander per far salire il valore di Antonveneta e spartirsi il surplus

Per l’acquisizione  da 10,3 miliardi i senesi ne versarono  17 in 11 mesi, diretti ad Amsterdam, Madrid e Londra
Mps, la prova della stecca
sull'acquisto di Antonveneta

di Francesco De Dominicis

La prova della «stecca» sembra sembre più vicina. Un patto illegale tra il Monte dei paschi e gli spagnoli del Santander volto a ritoccare verso l’alto il corrispettivo per l’affare banca Antonveneta. Dentro quei 9,2 miliardi (poi saliti a 10,3 ) pagati dal  Monte nel 2007 per l’istituto del Nord Est ci sarebbe  un sovrapprezzo   concordato e poi spartito tra gli attori in gioco. Mentre la procura di Siena mette insieme gli ultimi indizi sul patto illecito e sui conti truccati per l’operazione Antonveneta, a Roma si apre un altro capitolo dello scandalo Mps, stavolta per questioni fiscali con due verifiche relative a operazioni degli scorsi anni: la prima riguarderebbe la vendita da parte del Monte di Palazzo dei Normanni, a Roma, per 142 milioni, su cui indaga anche la Guardia di finanza (immobile che venne ceduto dal Monte a un fondo immobiliare gestito da Mittel); la seconda su una plusvalenza di 120 milioni scaturita dal rastrellamento da parte di Rocca Salimbeni di azioni Unipol. Sale la tensione attorno al gruppo guidato da Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, investito dalla bufera derivati che ha provocato un «buco» nei conti da almeno 500 milioni di euro. Buco che ha reso necessario l’intervento dello Stato con una toppa da 3,9 miliardi. E in attesa dei chiarimenti da parte del Governo (oggi il ministro dell’Economia Vittorio Grilli riferisce in Parlamento), diventa sempre più chiaro il quadro giudiziario. I piemme si concentrano sullo shopping del 2007 ad alto rischio che poi avrebbe reso necessarie le manovre spericolate sui derivati a cavallo del 2008 e del 2009 con i titoli Alexandria e Santorini.

La magistratura di Siena, secondo quanto riferito ieri da alcuni giornali, sta mettendo a fuoco i movimenti di denaro per l’assalto ad Antonveneta da parte di Mps. Che pagò a caro prezzo  - senza una due diligence, vale a dire una verifica dell’effettivo valore  -  l’istituto che pochi mesi prima gli spagnoli del Santander avevano rilevato dagli olandesi di Abn Amro a 6,6 miliardi. 

I divari dentro i quali vengono puntati i fari della procura di Siena sono due: anzitutto quello tra il prezzo pagato dal Santander all’Abn Amro e  il corrispettivo versato da Mps (da 6,6 a 9,3, dunque 2,7 miliardi); poi gli oneri aggiuntivi che portarno il totale del deal da 9,3 a 10,3 miliardi, cioè un ulteriore miliardo. Quest’ultima cifra «sospetta» ha incuriosito particolarmente gli inquirenti che intravedrebbero un coinvolgimento della banca d’affari Jp Morgan.

In campo ci sono anche gli esperti della Gdf, che dal maggio 2012 lavorano fianco a fianco con i pm per ricostruire tutto il percorso dei soldi spesi dal Monte per assicurarsi quel boccone poi rivelatosi indigesto. Dalle casse del Monte dei Paschi di Siena sono usciti, in 11 mesi, otto bonifici per un totale di oltre 17 miliardi con destinazione Amsterdam, Madrid e Londra. L’elenco delle transazioni bancarie è agli atti dell’inchiesta della procura senese  e sarebbe  uno degli elementi su cui si sta concentrando l’attenzione degli inquirenti. Movimenti già ampiamente verificati da Profumo e Viola che non rivelano un ulteriore aumento dell’operazione Antonveneta.

Per le Fiamme gialle l’uomo chiave, come testimone, è Nicola Scocca, l’ex direttore finanziario della fondazione Mps (all’epoca azionista della banca con oltre il 50%). Ma  le verifiche  si concentrano anche sul top management del gruppo, a cominciare dall’ex presidente Giuseppe Mussari. Occhi puntati anche sui prestiti concessi successivamente alla fondazione da alcune banche straniere e sul bond Fresh messo in piedi per sorreggere il bilancio Mps. Nei fascicoli c’è pure un carteggio tra i piani alti di Rocca Salimbeni e la Banca d’Italia che, nel 2010, dopo una serie di ispezioni, pretese chiarimenti sugli aumenti di capitale. Manovre ad alto rischio che, a giudizio dei pm, avrebbero cagionato enormi perdite finanziarie, poi in parte coperte con i derivati Alexandria e Santorini Resta da capire la portata della tegola fiscale, venuta a galla ieri. Tegola da 262 milioni di euro, capace di mettere in ginocchio Mps.

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Commenti all'articolo

  • osicran2

    30 Gennaio 2013 - 12:12

    Le indagini in corso stanno rivelando un bubbone maleodorante a cui pare abbiano concorso forze politiche, faccendieri e managers in ugual misura. Ma è mai possibile che su una faccenda, così seria ed abnorme, i controlli della Banca d'Italia non siano riusciti, se non ad evitare , almeno a ridurre o a circoscrivere il problema? Evidentemente due sono le cose: o i controlli ed i poteri della Bankit non sono sufficienti ed occorre perciò potenziarli, oppure, anche nella Bankit, c'è qualcosa di strano che non funziona come dovrebbe.

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  • pisolobollente

    29 Gennaio 2013 - 11:11

    LADRI!!!! ALL'INFINITO

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