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Il reportage

Razzi, rifugi e serate fra amici Così Tel Aviv continua a vivere

Razzi, rifugi e serate fra amici Così Tel Aviv continua a vivere

Martedì sera a Namal Tel Aviv. L’hangar 11 del vecchio porto è affollato per la sfilata di fine anno di Shenkar, la scuola di moda più prestigiosa d’Israele. I nuovi talenti presentano le loro creazioni, modelle e modelli in abiti da sogno che camminano in passerella. Ed ecco che suona l’allarme, sta arrivando un razzo. La gente si volta, si guarda. Che cosa fare? Smettere e correre al riparo? Oppure continuare a vivere? La nostra scelta, la scelta di Tel Aviv, la scelta di Israele è questa: continuare a vivere. Incoscienza? Fatalismo? O la drammatica forza dell’abitudine? In ogni caso la sfilata non si ferma, noi spettatori la vediamo fino alla fine. All’uscita gli uomini della sicurezza chiedono gentilmente di allontanarsi subito, di non creare assembramenti. E noi tutti - familiari, bambini, giornalisti , operatori del settore - ci allontaniamo lentamente, rispettando l’ordine.

EMERGENZA COSTANTE
Tel Aviv non è una città normale. È una città in guerra. Un bersaglio. Passano i giorni e la minaccia dei missili di Hamas diventa routine. E attenzione, per una volta non si vuole qui entrare nel complicato discorso delle responsabilità rinfacciate, del dare ragione a uno o all’altro - potrà sembrare strano ai filo-palestinesi più sordi, ma in Israele c’è molta gente che guarda con angoscia a quel che accade a Gaza, e l’opinione pubblica appare addirittura spaccata. Resta il fatto che qui a Tel Aviv le persone rifiutano di accettare che la pace torni a rappresentare un sogno lontano e irraggiungibile. Sono a casa, alle 3.30 di notte suona ancora l’allarme, mi sveglio, sveglio le bambine, entriamo nella Mamad, la stanza sicura, aspettiamo alcuni minuti, sentiamo le esplosioni di bombe lontane e torniamo in casa, a letto. Mi riaddormento subito.

D’altronde in Israele l’emergenza è abitudine. Alle 8.30 del mattino un altro allarme, chi non possiede il Mamad si porta vicino alla zona più sicura dell’edificio, nella tromba delle scale ci sono i muri portanti, e vedi tutti i condomini seduti sulle scale lungo i piani del palazzo, sui social è pieno di queste foto prese dall’alto, poi i botti di bombe lontane e rientri in casa a finire la colazione, latte cereali torta, come se niente fosse accaduto.
Ora sono le 11.30. Sono in un centro commerciale colmo di gente - mamme, bimbi, shopping, cinema, ristoranti. «Allarme!». Tutti o quasi corrono al riparo, resto da solo davanti alla scala mobile deserta - che cosa faccio? scappo? Scendo lentamente, mi accorgo di un negozio di musica, dentro c’è solo il commesso. Entro e gli dico scherzando: ma qui è sicuro? Mentre sto comprando un paio di cd di musica locale sento le ormai consuete esplosioni lontane, pago e guardo il ragazzo e commento su come sia surreale questa situazione, lui mi risponde sorridendo amaramente: «Cosa ci vuoi fare? Questa è la nostra vita, la nostra casa, qui ci siamo nati, non posso fare altro. La vita continua». La vita deve continuare.

Ore 15.30, sono seduto con amici in una terrazza di un caffè nel cuore vecchio della città. Indovinate? Allarme. Tutti lasciano quel che stavano maneggiando - il piatto, la sigaretta appena accesa, il bicchiere mezzo pieno - e si corre all’interno del Caffè, lontano dai vetri. Dopo pochi minuti il rumore delle bombe lontane e noi subito di nuovo fuori, in terrazza, a finire i discorsi che avevano interrotto, ognuno riprende il suo piatto e la sua sigaretta e il suo bicchiere. Guardo intorno a me e vedo giovani che bevono, mangiano, fumano e ridono. Mi chiedo: ma la paura? Pochi secondi fa eravamo tutti stretti in bagno o in cucina, gli sguardi persi e preoccupati, e in un attimo la gente torna al suo umore di poco prima. È così. Dovremmo forse sentirci in colpa? Sentirci in colpa perché vogliamo continuare a vivere?

Alle 19.30 sono in macchina sulla strada che porta verso nord. Allarme. Fermo l’auto e scappo fuori, trovo riparo vicino a un muretto di cemento lungo la strada. Appena sento le solite bombe lontane torno in macchina, accendo il motore e anche la radio, musica e di nuovo sulla strada. A intervalli di pochi minuti dalla radio una voce annuncia: «Allarme in Ashdod!», «Allarme in Ashkelon!», «Allarme in Kibuz!». Ma immediatamente dopo la musica continua, e ti scopri quasi infastidito perché ti sei perso quelle due frasi della canzone che stavi canticchiando. Come mai? Che cos’è quest’istinto che quasi mi spinge a ignorare la realtà che mi circonda, a preservare questi minuti di vita normale (di vacanza) che sto passando?
Ormai sono le 21.30. Sono a Jaffa in una zona piena di bar e ristoranti, seduti all’aperto fra vecchi amici che non si vedevano da anni, caldo, umido vento pieno di sale che ci arriva dal mare. Sono felice. Di nuovo l’allarme. Infastidito quasi brutalmente per l’interruzione di un momento così bell , rifiuto di muovermi dalla sedia e quasi aggredendo e sfidando la situazione urlo al cameriere: «Vodka per tutti!». Ma un boom! molto forte e forse molto vicino mi sorprende, corro al riparo insieme agli altri. Pochi minuti e siamo di nuovo fuori, tutti insieme, vecchi amici a ridere e scherzare parlando di tutto, oltre tutto quel che ci succede intorno.

SACCHI DI SABBIA
Tornando a casa mi chiedo perché non mi sono preoccupato dei miei genitori, dei miei parenti, loro vivono qui tutto l’anno, non tornano a Milano come farò io. La risposta la conosco: loro sono in grado di affrontare queste situazioni con mente fredda e razionale. L’hanno sempre fatto. Vado da mio padre e gli chiedo: ma voi come avete fatto? Come avete fatto ad attraversare così tante guerre? Papà mi risponde: «Nel ’73 ho fatto la guerra del Sinai, davanti al canale di Suez. In caso di pericolo scavavo una buca con le mani per nascondermi». E riemergono in me vecchi ricordi, io a otto anni ad aiutare la mamma a scurire le finestre di blu, riempire sacchi di sabbia intorno a casa, ore e ore seduti nel rifugio buio dei vicini di casa.

Ed eccoci qui, oggi. Una guerra tecnologica quanto allucinante. Un continuo pericolo che mi vola sopra la testa. Ma io continuo, voglio continuare nella mia vita. Sicuro che tutto mi passerà sopra. In attesa che finalmente abbia termine questa situazione assurda, vittime civili, distruzioni. E, come fastidioso sottofondo, i discorsi inadeguati di politici che non riescono a trovare una soluzione degna.

di Alon Simatov

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