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Emigrati 100mila italiani: il doppio degli stranieri arrivati

Matteo Legnani
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C'è un filo neanche tanto sottile che unisce tutti i dati emersi dall'ultimo rapporto “Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes della Cei. Perché se nell'arco di 12 mesi (2012-2013) un Paese vede aumentare di 15 mila unità (da 78.941 a 94.126) i cittadini che si trasferiscono all'estero un dubbio ti sorge. Se poi si vede che i nuovi emigranti sono per la maggior parte uomini (56,3%) e non sposati (60%), allora quel dubbio si rafforza. E quando infine ti rendi conto che la classe di età più rappresentata è quella dei 18-34 anni (36,2%) seguita a ruota da quella dei 35-49 anni (con il 26,8%) allora tutte le incertezze vengono meno e lasciano spazio a una notizia: nello scorso anno una quantità abbastanza rilevante di cittadini (soprattutto giovani) del Belpaese si è rimboccata le maniche e ha deciso di varcare i confini per cercare un lavoro all'estero. E del resto basta guardare i Paesi verso i quali si dirigono i nostri per capirne le intenzioni. Innanzitutto il Regno Unito dove si sono trasferiti 12.933 italiani in più rispetto al 2012, con un incremento del 71,5% rispetto all'anno precedente. Quindi la Germania con 11.731 nuove presenze, +11,5%, la Svizzera (10.300, +15,7%) e la Francia (8.402, +19%) che a dir il vero non se la passa tanto meglio di noi. È un bene? Da un lato sì. Perché significa che i tanto vituperati “bamboccioni” e gli eterni “mammoni” si sono svegliati e hanno iniziato ad accettare la sfida del mercato globalizzato. Da un altro assolutamente no. Perché un Paese che perde le sue forze (spesso) migliori è perduto. Ma del resto che l'appeal dell'Italia non sia proprio ai suoi massimi storici lo testimonia un altro dato che emerge dal rapporto della Fondazione Migrantes: quello della differenza tra emigrati e immigrati sempre nel 2013. A fronte dei 94 mila trasferimenti oltreconfine, infatti, i lavoratori stranieri immigrati in Italia sono stati circa 43 mila. Meno della metà. E così anche se consideriamo i clandestini (nel 2013 sono sbarcati in Italia oltre 42.900 migranti) il confronto non regge. Insomma, la nuova tendenza, destinata a continuare nei prossimi anni, è quella di un Paese con un saldo entrate-uscite di gran lunga in negativo. E la causa principale va ricercata nella fortissima disoccupazione (soprattutto giovanile) e nella recessione che a dispetto delle previsioni è proseguita anche nel 2014. Nel dossier si evidenzia anche che i minori che varcano i nostri confini sono il 18,8% e di questi il 12,1% ha meno di 10 anni, che i numeri sono in controtendenza in Uruguay (meno 31,9%) e in Austria (meno 4,4%) e che l'Argentina, con 725 mila nostri connazionali iscritti all'Aire (anagrafe italiani residenti all'estero), è in testa alla classifica dei paesi dell'emigrazione italiana, seguita da Germania (665 mila), Svizzera (570 mila), Francia (378 mila), Brasile (332 mila), Regno Unito (223 mila), Canada (136 mila) e Australia. Macrodati che dicono poco, però, se non vengono riportati a livello locale. Scorporando i numeri per territorio, per esempio, si scopre che sono le Regioni più ricche (e quindi del Nord) a far registrare le maggiori «fuoriuscite». Domina la Lombardia, con 16.418 emigranti, seguita dal Veneto a quota 8.743 e dal Lazio a 8.211. Mentre in diverse province, Macerata e Trieste, con il 51,1%, e Fermo e Pordenone con il 50,7 e 50,5%, prevalgono emigrati al femminile, con il Friuli Venezia Giulia che è l'unica regione d'Italia da cui sono partite più donne che uomini: 81.600 contro su 162.203 (il 50,3%). Morale della favola? «Il 51% dei giovani italiani sono pronti ad emigrare per motivi di lavoro - evidenzia un'analisi di Coldiretti/Ixé sul rapporto della Fondazione Migrantes - Il 19% lo farebbe perché considera il Paese fermo (“Non si prendono mai decisioni”), il 18% per il peso eccessivo delle tasse e il 17% per la mancanza di lavoro a pari merito con la mancanza di meritocrazia». Problemi endemici per i quali non si vedono soluzioni all'orizzonte. di Tobia De Stefano

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