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Killer con la gonna

Selvaggia Lucarelli: il mostro è femmina, anche se non vogliamo crederci

Selvaggia Lucarelli: il mostro è femmina, anche se non vogliamo crederci

Mentre arriva la sentenza d’appello per Lucia Annibali (20 anni di reclusione a Luca Varani, ritenuto il mandante dell’agguato, 12 per i sicari albanesi) e vengono diffusi gli impressionanti numeri sui casi di femminicidio (179, ovvero uno ogni due giorni, nel 2013), pensavo a come, paradossalmente, le prime pagine dei giornalinegli ultimi tempi siano costellate da notizie di cronaca in cui le donne non sono vittime ma carnefici. Fateci caso. I casi più efferati, più raccapriccianti e più gratuitamente violenti, da un paio di mesi a questa parte, vedono protagonista il sesso femminile. E sono tutti crimini commessi senza neppure l'alibi del raptus che talvolta muove quella bestialità tipicamente maschile, ma con una feroce premeditazione che dovrebbe far molto riflettere su quanto l'indole femminile sia ritenuta a sproposito incapace di partorire il male, se non in rari casi. Se non a causa di malesseri psicologici o tragiche storie personali.

La storia di Martina Levato, la studentessa che ha sfigurato l'ex fidanzato con l'acido, intacca per la prima volta una delle certezze più granitiche in fatto di reati «di genere»: il vitiolage, ovvero l'aggressione con una sostanza corrosiva, è un atto infame compiuto sempre e solo dagli uomini. È una barbarie di origine culturale. Sono anni che inorridiamo di fronte alle foto e alle testimonianze delle donne del Bangladesh, delle donne indiane, delle donne iraniane. Di fronte ai loro volti mangiati dall'acido e dalla crudeltà maschile. C’è Lucia Annibali e il suo sorriso eroico, a ricordarci in quale abisso di cattiveria si può sprofondare se si incrocia l’uomo sbagliato. Poi arriva questa studentessa ventitreenne che con una tanica d'acido e un fidanzato complice, improvvisamente corrode anche le nostre certezze. Esistono donne capaci di punire un uomo annientandolo con quel gesto criminale e simbolico che vuol dire «ti condanno non a morire, ma a guardarti allo specchio e a non riconoscerti più». Nonostante tutto, Martina è una donna e quindi no, non è semplicemente cattiva o con una naturale inclinazione al male. Martina, secondo gli avvocati e il sentire comune, probabilmente è solo pazza.

Poi c’è il caso dell’esplosione della palazzina a Roma con un morto e ventuno feriti. Quando si è capito che era dolosa, tutti abbiamo pensato a un pazzo, a un delinquente, a un vendicativo. Diciamolo: abbiamo pensato a un uomo. E invece, ad armarsi di bombola e stola per l'innesco è stata un’insospettabile vecchietta di ottantadue anni. E anche qui niente raptus. La vecchietta aveva premeditato tutto, con tanto di cartelli minacciosi ritrovati poi in casa, come in quelle brutte storie di serial killler e appartamenti che raccontano le loro psicosi. Anche qui, l'immagine femminile della vecchietta rassicurante, della nonnina buona che prepara dolci per i nipotini viene sostituita da quella inquietante della vecchietta malvagia che in preda a un barbaro risentimento, cova vendetta e la mette in atto con una fuga vigliacca e rocambolesca in cui finisce per fratturarsi le caviglie e togliere la vita a un povero muratore. Insomma, la morale è che la vecchietta cattiva delle favole può avere le fattezze della nostra vicina di pianerottolo, della signora anziana che aiutiamo a scendere le scale, della signora che annaffia le piante in cortile col chihuahua attaccato alla gonna. E può farci saltare in aria per una tenda del colore sbagliato, se le gira.
E poi ci sono le donne che commettono crimini raccapriccianti nei confronti dei bambini. Quelli loro e anche quelli di altri. Le immagini della maestra di Parete che prende a schiaffi i suoi alunni con una violenza inaudita lasciano a bocca aperta. E non sono neanche le più cruente. A quanto pare si è evitato di diffondere i fotogrammi che raccontavano pugni e mortificazioni varie, compreso l’obbligo di consegnarle le merende. Tu lasci i tuoi figli nelle mani della maestra, della donna che deve aprir loro gli occhi al mondo e quella glieli chiude a furia di schiaffi.

Nulla comunque in confronto alla terribile vicenda della truffa all’assicurazione nel Cosentino. I particolari che stanno emergendo dalle indagini raccontano una storia dai contorni raccapriccianti. Una donna di trentasette anni si è procurata un aborto al settimo mese di gravidanza per riscuotere gli ottantamila euro di risarcimento dell’assicurazione. Il tutto in combutta con il ginecologo il quale ha lasciato morire il feto «a cui si muovevano ancora le manine», come ha dichiarato un'infermiera. Difficile immaginare una storia di perfidia, degrado e spietatezza come questa, tanto più che molto probabilmente, questo mostro di donna, la gravidanza l’aveva programmata al solo fine di uccidere il figlio e riscuotere i soldi. Un po’ come l’allevatore, che porta l’agnellino al macello quando la carne è più tenera e gli frutterà maggior guadagno. Solo che lei l'agnellino l'ha portato in grembo per sette mesi, finchè non è arrivata l'ora di portarlo al massacro.

Si potrebbe poi aggiungere, a questa inquietante carrellata di donne disumane, la mamma del povero Loris, Veronica Panarello, ma le indagini sono in corso e la ricostruzione dei fatti è tristemente confusa e fumosa. Certo è che nella migliore delle ipotesi, tra bugie, omissioni e contraddizioni, se suo figlio non lo ha ucciso lei, sta coprendo qualcun altro, il che in fin dei conti non allevia la sua posizione di madre spietata. Anche di Veronica si dice «ha avuto un'infanzia traumatica» e sarà una battaglia tra perizie psichiatriche come per la studentessa che ha lanciato l'acido, come per la tizia che si è procurata l'aborto e così via. Perché la verità è che è ancora culturalmente inaccettabile il concetto che la cattiveria sia (anche donna). Siamo fermi ad un retaggio preistorico-culturale per cui l'uomo è la caccia, la donna il nido. Per cui l'uomo è naturalmente incline alla violenza e al predominio, la donna lo è innaturalmente, solo se indotta da una da un trauma, dalla follia. Tant’è che anche giornalisticamente parlando, quando la donna uccide, si cerca la causa. Quando uccide l’uomo è cattivo e basta. E invece no. Invece anche noi donne siamo capaci di gesti efferati, di crimini schifosi, di violenze senza alibi. E la storia della caccia e del nido, dell'uomo violento e della donna avvolgente, è solo un pregiudizio, un pregiudizio che forse andrebbe ormai definitivamente superato, anche se ci fa più comodo di altri.

di  Selvaggia Lucarelli

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Commenti all'articolo

  • mario1717

    25 Gennaio 2015 - 11:11

    Brava Selvaggia. Sei una rarità antropologica. Quasi impossibile trovare una donna giornalista con questa obiettività. Nemmeno i tuoi colleghi uomini sembrano averla, "femminilizzati" dalle redazioni ormai tutte veterofemministe.È proprio come hai concluso tu; si ha bisogno dello stereotipo preimposto. Uomo carnefice responsabile del femminicidio. Ce lo impone questa Società matriarcale femminista

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  • fabriziopiludu

    25 Gennaio 2015 - 10:10

    Ci si deve RIBELLARE al femminismo MISANDRICO dell'Onorevole ALFANO, che ha la faccia da SS in Russia!

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  • charliepersol

    24 Gennaio 2015 - 23:11

    Beh, sono anni che si sa. Da Caterina Fort in poi ci sono stati tantissimi casi di violenza estrema. Donne coinvolte in rapimenti, figlie che uccidono madri e fratelli, cugine e zie che uccidono la rivale, vicine che sterminano i condomini sgozzando bambini piccolissimi, amiche che uccidono la coinquilina... ...ma è dal 2006 che come maschi subiamo una diffamazione continua. Non se ne può più

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  • allianz

    24 Gennaio 2015 - 22:10

    All'Opera dicevano...."questo o quello per me pari sono"

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