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Reportage sull'eccellenza

Accademia di Imola: in Italia c'è una calamita dei talenti

Dure selezioni dalla Cina, sogni di gloria, interesse di grandi club: viaggio nella scuola pianistica più eclettica del mondo

Accademia di Imola: in Italia c'è una calamita dei talenti

di Nazzareno Carusi
@NazzarenoCarusi

Alle 10 del mattino del 16 gennaio 2008 l’Accademia Pianistica di Imola riceve un’e-mail dal dottor Erik Matser, del Chelsea Football Club di Londra. Sì, proprio la squadra di calcio vincitrice dell’Europa League 2013. Oggetto, una ricerca sul talento. In sintesi: «Caro Mr. Franco Scala, qui in Inghilterra abbiamo effettuato test con i migliori calciatori al mondo e ci piacerebbe compararli con quelli delle prove che vorrei sottoporre a 15 dei suoi studenti pianisti, perché sono convinto che ogni talento abbia un x factor comune. Se lei è d’accordo, verrò personalmente a Imola». 

Matser venne in Italia qualche mese dopo e, in autunno, Franco e la sua direttrice artistica Angela Maria Gidaro (una donna che è una quercia d’anima) sono andati a Londra su invito del club. È questa, credo, la prova più inaspettata della straordinarietà della scuola che Scala, romagnolo di sangue e di sostanza come il Sangiovese, ha fondato a casa sua nel 1981 e da più di vent'anni ha sede nella Rocca Sforzesca della città al confine fra l’Emilia e la Romagna. Il risultato, oggi, sono più di 60 primi premi vinti dai suoi allievi nei concorsi più importanti, dal mitico Van Cliburn di Fort Worth (Usa) al Rubinstein di Tel Aviv, dal Busoni di Bolzano al Liszt di Utrecht. Poi il Micheli di Milano, il Regina Sonja di Oslo, il World Piano Master di Montecarlo, il Paloma O’Shea di Santander, il Regina Elisabetta di Bruxelles, il Mozart di Salisburgo, il Premio Vendome di Lisbona, il Premio della Primavera di Praga, l'Unisa Piano Competition di Pretoria, il Maj Lind di Helsinki, il Concorso Internazionale Pianistico di Lione, il Leeds in Inghilterra, il Maria Canals di Barcellona, l'Horowitz di Kiev, l'Echo Classic di Berlino, l’Alkan-Zimmerman di Atene. E di sicuro ne ho saltati un po’. Senza considerare che alcuni (Busoni, Leeds, Montecarlo per dirne tre) sono stati vinti più volte da allievi diversi. 

Non c'è nessuna accademia pianistica al mondo che possa vantare un simile trionfo, ancora più incredibile se solo si pensi all’idiosincrasia che Franco ha per ogni gara. La qual cosa me lo rende un Gesù Cristo. Sì, a Imola ci sono diversi insegnanti da considerare tutti straordinari (visti i risultati), ma il gigante, la leggenda è Scala, che negli anni ha ricevuto le visite di icone come Riccardo Muti e Pierre Boulez, Alexis Weissenberg e Sviatoslav Richter, Maurizio Pollini, Tatiana Nikolaeva e un mucchio di altri, ognuno a rendere omaggio (spesso con una speciale masterclass) a una scuola nata perché il Maestro voleva far ascoltare i suoi ragazzi ad altri musicisti, che fossero i più grandi, per condividere la responsabilità immensa della loro formazione. 

Scrive lo stesso Scala nel volume L'Accademia Pianistica di Imola (di Vittorio Sgarbi, Luca Goldoni e Piero Rattalino - a cura di Miria Mazzetti, Rizzoli, 1999): «Il risultato più eclatante (in conservatorio, ndr) lo ottenevo quando un mio allievo riusciva a conseguire dieci o dieci e lode all’esame di diploma. Questo voto era la meta, il risultato di tante ore di lavoro. A un certo punto però, la mia mente si affollò di domande inquietanti. Sentivo il desiderio di incontrare quei giovani con i quali avevo condiviso diversi anni di lavoro (...). Una forte esigenza di sapere cosa facevano, come vivevano. Cominciai a cercarli. Rintracciai quel ragazzo che aveva ottenuto un bellissimo dieci e lode con menzione, in occasione del quale il padre, di mestiere vigile urbano, con grandi sacrifici gli aveva regalato un meraviglioso Gran Coda Steinway. Nella telefonata parlai proprio col padre e, dopo i primi convenevoli di circostanza, gli rivolsi la fatidica domanda: “Stefano cosa fa?”. Ci fu una pausa che mi sembrò eterna, poi, con voce tesa, di una persona che sta per piangere, mi sussurrò: “Stefano non fa niente, non vuole più sentire parlare di musica (...). Volevo troncare al più presto quella telefonata, mi sentivo a disagio, provavo un senso di colpa e di frustrazione. Queste sensazioni le provai molte altre volte. (…) Rimisi in discussione tutto ciò che avevo fatto. Riunii un piccolo gruppo di allievi e spiegai loro, con molta sincerità, i miei dubbi di didatta: non mi sentivo più di assumere da solo la responsabilità della loro formazione e proposi di incontrare insegnanti di indubbio valore per condividere con loro opinioni, impressioni, e iniziare un rapporto continuativo di incontri e seminari. Capirono il mio problema e con questo piccolo gruppo di pianisti creammo nel mio studio a Imola, nel 1981, l’Associazione  “Incontri col Maestro”». 

Un’idea esemplare nella sua umiltà infinita. Il primo fu Bruno Canino e da allora la fucina non s'è spenta. Da trent’anni a Imola guardano in migliaia da ogni parte della Terra. In queste settimane, 12 città cinesi ospitano la selezione di 40 giovanissimi pianisti per i prossimi corsi estivi di luglio. I candidati sono più di 5000. Cinquemila! La fuga di cervelli all'incontrario verso una delle lande più artistiche d'Italia, piedi nella terra di Fellini e mani in quella di Giuseppe Verdi. Perché all’estero sanno che razza di valore abbiamo qui, mica come  a Roma, dove (al Ministero dell’Università) l'Alta Formazione Artistica e Musicale riconosce questo sancta sanctorum meno dell’Asilo Mariuccia. Da vergognarsi nei secoli dei secoli. Invece Pollini, il più grande pianista italiano del nostro tempo, nel 2000 devolse l'intero Premio “Michelangeli” in borse di studio ai ragazzi dell’Accademia, dove era stato allievo anche suo figlio. 

Francesco Micheli, finanziere coltissimo e presidente del MiTo, ha detto al Sole24Ore che «eccellenza è un termine abusato (...), ma per quelli del master di Imola manteniamolo». E Vladimir Ashkenazy, mito vivente del pianoforte da mezzo secolo, legatissimo a Scala al punto d’assumere la presidenza onoraria della Scuola fin dal primo giorno, in un’intervista tv dichiarò che è «un’istituzione che non coltiva la fama o l’ego personale, ma esiste solo per dare al mondo musicisti straordinari. Quando ne parlo ovunque io sia, mi sento dire: “Oh, Imola è molto speciale!”». 

Ecco, fatevi un giro come ha fatto il Chelsea. Casomai durante il prossimo Festival, dal 18 al 30 luglio. Tranne il 26, quando suono io, la vertigine è garantita.

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