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Luigi Masetti, l'anarchico venuto dal futuro che conquistò il mondo in bici

Andrea Tempestini
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Fare la storia su due ruote evidentemente è sempre stata prerogativa italiana, anche di quei personaggi che la memoria ha ingiustamente relegato a figli minori. Come Luigi Masetti, pioniere della bicicletta riscoperto qualche anno fa grazie a un pregevole volume del professor Luigi Rossi (L'anarchico delle due ruote. Luigi Masetti: il primo cicloviaggiatore italiano, Ediciclo, pp. 200, euro 14,50) e che il 15 dicembre, tre giorni prima del 150° anniversario della nascita, sarà il festeggiato del «Masetti day», presso il Bianchi Cafè & Cycle di Milano. Un party organizzato con il Consorzio per lo Sviluppo del Polesine, che ha voluto intitolare a Masetti il tratto italiano della Alpi-Garda-Mare, la più lunga pista ciclabile d'Europa. Scrivevano nel 1893: «Se fosse stato francese sarebbe stato portato sugli scudi, se fosse stato americano si sarebbe fatto una sostanza, ma è italiano, non è quindi da stupirsi, se fuor che da pochi, il suo viaggio ardito è calcolato un nonnulla». Polesano di nascita (Trecenta) e milanese d'adozione, Masetti è stato il Marco Polo della sua epoca, il primo cicloviaggiatore italiano, senza confini e senza paura. Erano tempi in cui fra strade e campi c'era poca differenza, tempi in cui Lombroso chiamava i ciclisti «criminali». Con una mappa strappata da un atlante partì da Aosta per arrivare 20 giorni dopo in Egitto, lungo la rotta della campagna di Napoleone fino alla Piramide di Cheope; raggiunse il Marocco per poi puntare verso Capo Nord; da Mosca, dove divenne amico di Tolstoj, partì quindi verso Costantinopoli. Nei suoi viaggi imparò l'inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco - e si mantenne dando lezioni di lingue, per tirare avanti a pane e formaggio. Eclettico e inesauribile globetrotter dalle finanze ridotte: la famiglia contadina e il medico condotto del suo paese, il dottor Badaloni (di simpatie socialiste e mazziniane, lo influenzò nella formazione) a stento riuscivano a passargli le 35 lire di affitto per il suo appartamento nel quartiere di Porta Genova, dove viveva con le due sorelle e un gallo che gli faceva da sveglia, «con una vocina stridula come la sua». Vero, vestiva bene e pagava puntuale la retta della facoltà di Giurisprudenza di Pavia dove si era iscritto e frequentava pure il loggione della Scala, però nel 1893, per la sua più luminosa impresa, il «Viaggissimo», come lo chiamarono all'epoca, ricorse a un escamotage: «Quest'anno avevo ideato per le mie prossime vacanze la gita in velocipede da Milano a Chicago e ritorno» - scrisse a Eugenio Torelli Viollier, fondatore del Corriere della Sera e suo ammiratore dai tempi della Torino-Milano e di qualche vittoria allo sprint al Trotter - «ma c'è di mezzo il mare. Ed ecco il gran problema (...): datemi un biglietto da 500 lire o prosciugatemi il mare; ed io vi farò vedere l'utilità pratica del bicicletto con l'andata e ritorno in due mesi circa da Milano alla grande Esposizione mondiale di Chicago». In cambio, «io manderei ogni sabato una breve relazione descrittiva del mio lungo viaggio». Immediato il sì di Torelli Viollier: «Ci piacciono le imprese condite d'audacia e di bizzarria. Accettiamo». A mezzanotte del 13 luglio, Masetti battezzò il bicicletto Cappelli e Maurelli, verniciato di bianco, e lo chiamò Eolo. E partì. Zurigo, Calais, Oxford, le cascate di Niagara, le balene viste dal piroscafo Chester, i suoi concerti con l'ocarina, l'avventura americana: «Domattina parto, munito di revolver, di un temperino fuori misura, di una mantellina impermeabile e di una rete per dormir su un albero, se non trovassi villaggi alla sera. Con me ho solo 10 dollari...». A Washington fu ospite alla Casa Bianca del presidente Usa, Grover Cleveland («un uomo sulla sessantina, piuttosto panciuto, di statura alta, dal viso aperto e molto affabile»), cui si presentò con un biglietto recapitato dal segretario. Il ritorno a Milano fu un trionfo. Era global, ecofriendly e social; era un uomo del futuro che se oggi piombasse qui rimarrebbe spiazzato dalle condizioni di questa Italia, a oltre 70 anni dalla sua misteriosa morte (forse nel 1940, ma non si sa né come, né dove). Capì l'importanza dei giornali e della fotografia ancora in fase embrionale. Le carte ritrovate da Antonio Gambato nella biblioteca Bacari di Lendinara, dove Masetti arrivava per la scuola a bordo dell'asina di famiglia, ma molto più spesso a piedi (Trecenta distava 15 km), raccontano che «lo studente Masetti», presentava una prosa asciutta ma vibrante, mentre non c'era traccia né di spiccate qualità ginniche né di quelle temerarietà e inventiva messi in mostra anni dopo. Torelli Viollier lo definì l'anarchico delle due ruote, forse anche per la sua allergia a pagare i pedaggi quando si spostava da uno Stato all'altro, ma forse Masetti è stato il migliore dei sognatori: quello che i sogni li sa trasformare in realtà. di Tommaso Lorenzini @TexBomb

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