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La reazione

Buttafuoco drastico: "Basta, questa è Sicilia è fallita". Perché è stato tutto inutile

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Buttafuoco drastico: "Basta, questa è Sicilia è fallita". Perché è stato tutto inutile

Caro Pietrangelo Buttafuoco, la tua tigna morale nel gorgo delle elezioni siciliane, ha avuto un che di sciasciano...
«Ohibò. E perché mi dici questo?». Hai girato, in lungo e in largo la tua terra - la "campagna lettorale" - per presentare il tuo libro Strabuttanissima Sicilia (La Nave di Teseo); l' hai denunciata, fustigata, amata con ferocia. E poi hai chiuso dicendo che anche avesse vinto il grillino col lanciafiamme Cancelleri, per la Sicilia era uguale.

Non sei un po' troppo pessimista?
«No. Facevo riferimento a Pajetta quando, una volta conquistata la Prefettura di Milano, ricevette la telefonata di Togliatti: "Bravo, e ora che ne fai?". Chiunque governa qui inciamperà nella voragine lasciata da Crocetta, col presidente della Corte dei Conti che ne ha impugnato il bilancio regionale. Qui non ci sono più i soldi, c' è un debito strutturale gigantesco. Quindi ci vuole uno choc. E solo Cancelleri a questo punto, ha seguito una mia idea».

Cioè quella del messia, del commissario straordinario che azzeri tutti e tutto. Tipo il prefetto Cesare Mori, inviato speciale di Mussolini?
«Esatto. Urge dichiarare subito il default della Sicilia e procedere alla due diligence. L' aveva già suggerito Giovanni Minoli a Virginia Raggi quando vinse a Roma; se la ragazza l' avesse ascoltato, non avrebbe fallito così».

Ma, scusa, non trovi che la Sicilia sia diversa da Roma?
«Appunto. Il groviglio siciliano di corruzione, lassisimo e malaffare è decuplicato rispetto al caso Roma. Ma, ti dico, in punto di realtà: se crolla la Sicilia crolla anche il resto d' Italia.
C' è una sola strada da percorrere: copiare gli altri. Detroit, dichiarata fallita, ha sconfitto la corruzione e ha rilanciato la sua economia».

Trovi davvero che l' economia della Sicilia, dominata dall' Ars, l' assemblea regionale, la palude stigia d' Italia, possa essere rilanciata?
«Concordo sul fatto della nostra latitanza geopolitica. Noi siamo al centro del Mediterraneo, e siamo totalmente inadeguati ai tempi nuovi. Abbiamo perso tutto. Pensa che nel granaio d' Italia, il grano lo importiamo dal Canada, le arance dal Marocco, l' olio dalla Turchia. Potremmo essere il volano naturale dell' economia italiana ma siamo il suo peso. Però la chiave sta nel toglierci lo Statuto Speciale».

Lo Statuto Speciale? Ma, scusa, tu non eri d' accordo con Salvini, Zaia e Maroni sulla necessità dei referendum sull' autonomia?
«Certo. Ma l' indipendenza, l' autonomia, la secessione sono privilegi da popoli ricchi. Il nostro Statuto è precedente alla Costituzione, risale a Umberto II°, non mai funzionato e ha portato un sistema di corruzione e impoverimento diffuso. Ti faccio un esempio. Il canale di Gela potrebbe essere, con l' allargamento del canale di Suez, lo sbocco ideale delle navi verso il nord invece di Tallin dei porti del Mar Baltico, potrebbe essere la nuova Amburgo del Mediterraneo...».

Questa è una battaglia di Armando Siri della Lega. La necessità della trasformazione dei porti transhipment - di passaggio - in porti getaway, di vera gestione delle merci, con guadagni triplicati e la vera concorrenza alla Germania...
«Sì. Ed è un business che può valere il 3% del Pil. Però le lobbies e l' Europa hanno declassato i nostro porti, complice Renzi. Noi non abbiamo le strade, i treni vanno a nafta.
Abbiamo perso anche la poesia».

Non fare il sentimentale.
«Guarda, io quando ero piccolo passavo da Caltanissetta e sentivo la zaffata inebriante del caramello dalla fornace dell' Averna».

E che c' entra, scusa?
«C' entra. Ora ci hanno tolto anche l' Amaro. Se tu vai sull' Etna trovi un "Villaggio mareneve" gestito dal pubbico, che sembra uscito da un film horror . L' unica volta che ha davvero funzionato è stato nel '58, all' inaugurazione fatta di giorno perché non mancava la corrente elettrica. Per non parlare della Villa Liberty Deliella a Palermo, distrutta per far spazio a un parcheggio, abusivo ovviamente. Altro che autonomia. Pensi che in Trentino avrebbero permesso l' abbattiomento di un costone delle Dolomiti o di un villa del Palladio?».

Direi di no. Comunque, non c' è sempre il mitico progetto del Ponte sullo Stretto? Il ponte su un avvenire più industrializzato, facondo di infrastrutture, di indotti, di buona politica, come dicevano Renzi e il Berlusca...?
«Che fai, ironizzi?».

Un po' sì.
«E hai ragione. Perché il Ponte è una minchiata immane. Se Berlusconi invece di prendere l' aereo privato facesse la strada di Nicosia si accorgerebbe di voragini sulla strada in grado di ingoiare le auto.
Per non dire di Renzi che inaugurò la Catania-Palermo sulla corsia libera, dato che sull' altra c' erano ancora i detriti del pilastro del ponte crollato mesi prima, che nessuno ha mai messo a posto. Al G7 di Taormina si limitarono ad impedire agli invitati di fare quella strada; a salvare i siciliani fu un' antica trattera borbonica.
Il ponte è una beffa, ma qui è tutto così».

Non salvi proprio nulla?
«In Sicilia ci ambientano delle belle serie televisive, ecco, specie Montalbano. Ma nonostante il genio di Camilleri, per paradosso, noi siamo perfino la regione che legge di meno».

Hai sempre detto che l' assurdo in Sicilia è che ogni governatore attuale fa rimpiangere il predecessore.
«Tranne Crocetta. Uno che faceva la politica all' Arena di Giletti, in grado di nominare 50 assessori e di assumere negli ultimi trenta giorni di mandato 35 commissari straordinari. Uno che quando Manfredi Borsellino (il figlio di Paolo che si rifiutò di stare sul palco con lui) fu abbracciato in un silenzio assordante da Mattarella, be' ricevette la scomunica della massima istituzione pubblica. E non si dimise. Ma nessuno ne parlò, nemmeno un editoriale sul Corriere della sera...».
Hai attraversato la tua Sicilia in una sorta di cammino penitenziale di Santiago.

Hai stretto mani e asoltato i siciliani. Come li hai trovati?
«Esasperati e stanchi. Tutti mi dicevano la stessa cosa, specie le famiglie delle elite, le future classi dirigenti: "I nostri figli se ne vanno all' estero". In Sicilia ci sono 500mila disoccupati. Per quanti disgraziati oggi arrivino a Lampedusa sono sempre molti di meno dei nostri figli che se ne vanno. Ed è questo che mi impressiona.
La Regione ha rubato loro il futuro».

Ribadisci un concetto duro e malinconico: la tua "strabuttanissma Sicilia "fogna di potere" che si inchina per il potere e la "puppaggine". Concetti molto letterari. Ma da queste parti sono nati Sciascia, Guttuso, Elvira Sellerio. Vuoi dire che qui non ci si può battere più con la cultura e le idee?
«Non dico questo. Ma, vedi, spesso mi chiedo: allora a cosa serve la Sicilia? A ospitare i droni dell' esercito americano, cosa che ci rende, tra l' altro, bersaglio? A continuare produrre disoccupati? A piazzare raccomandati e tagliare nastri? A questo punto, anche la mafia (che è attirata dal business) diventa un fatto secondario».

Ellamadonna...
«Certo. Eppure queste elezioni mi hanno dato un soffio di speranza».

A cosa ti riferisci, nello specifico?
«Al fatto che, per la prima volta in Sicilia, tutti i candidati erano persone perbene, da Cancelleri a Micari a Fava. Sono stati molto più perbene delle liste degli "impresentabili" che li hanno sostenuti. Musumeci, per dire, non è uomo di Berlusoni ma nemmeno della Meloni. E mi ricorda l' altro vero campione del centrodestra: Luca Zaia».

Intuisco che ti riferisci a Zaia come futuribile candidato del centrodestra. Ora, all' orizzonte è comparso Di Maio, altro futuribile leader, per il M5S. Ti chiedo, che letture ha Di Maio? Ti fidi?
«Di Maio mi ricorda Gianfranco Fini. Quando i detrattori di Berlusconi esaltavano Fini, chi lo conosceva diceva: "Mah". Però piaceva alla gente, e questo spesso non è bene. Vedi, la verità è che la destra ha rinunciato a costruire l' aristocrazia, mentre la sinistra ha rinunciato all' avanguardia. La prima si è disinteressanta alla virtù per appoggiarsi al bancone del Bar Sport; la seconda ha preferito affacciarsi ai salotti dell' alta finanza. In tutto questo il popolo è rimasto triste e solo...

di Francesco Specchia

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