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Le sfide delle larghe intese

Iva e Imu, i nodi del governo
E i dubbi del Pdl

Silvio Berlusconi visto da Benny

A quindici giorni dal previsto aumento dell’aliquota ordinaria Iva dal 21 al 22% il governo di Enrico Letta non ha la minima idea di cosa fare per evitarlo. E al momento non ha trovato i fondi nemmeno per eliminare l’Imu sulla prima casa. Dopo tante parole fumose e promesse in libertà, ieri il ministro dell’Economia  Fabrizio Saccomanni ha raggelato il Senato per lo meno con una certa chiarezza. «È chiaro», ha sostenuto il ministro riferendosi all’Imu sulla prima casa, «che si tratta, anche in questo caso, di un’imposta che, se dovesse essere eliminata definitivamente, comporterebbe un onere di finanziamento dell’ordine di quattro miliardi di euro all’anno, cifra che, se si aggiunge ai quattro miliardi di cui si parlava poc’anzi per quanto riguarda l’Iva, fa ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità, che al momento attuale non sono rinvenibili». Non sono «rinvenibili» dunque gli 8 miliardi che servono dal 2014 in poi ogni anno per fare restare l’Iva al 21% e abrogare l’Imu sulla prima casa. Nel 2013 ne servono un po’ meno: 6 miliardi, perché l’Iva è contabilizzata solo per il secondo semestre dell’anno. E al momento anche questi fondi non ci sono. Saccomanni ha ipotizzato un possibile rinvio dell’Iva di qualche mese (a settembre-ottobre), per dare tempo di trovare le coperture necessarie. Ma sul punto è stato assai confuso. 

Più chiaro ieri sera a Porta a Porta il suo collega di governo Flavio Zanonato, ministro dello sviluppo economico: «Fra 16 giorni senza che il governo faccia nulla», ha detto, «noi avremo l’Iva aumentata di un punto. Lo ho già detto nella mia assemblea più difficile, quella della Confcommercio, e lo ridico ora. In questo momento soldi per evitare l’aumento dell’Iva nel bilancio dello Stato non ci sono». Saccomanni ha anche trovato la ragione di questo incredibile passo indietro dell’esecutivo sui due punti economici fondamentali del programma: «Rispetto a qualche settimana fa», ha spiegato, « la situazione in cui ci troviamo a gestire la politica economica e fiscale mostra dei segni non precisamente incoraggianti. Come è stato già ricordato, i dati riguardanti il primo trimestre dell’anno mostrano un quadro peggiore». Peggio ancora: «Un altro importante fattore», ha detto, «è rappresentato dal fatto che, purtroppo, in queste ultime settimane, per motivi del tutto estranei alla situazione economica italiana, tensioni si sono riprodotte sui mercati finanziari; sono essenzialmente tensioni di origine americana e giapponese che riguardano il senso, l’intensità della politica monetaria che questi Paesi hanno in animo di intraprendere. Ciò comporta forti ripercussioni sui mercati che si aspettano un rialzo dei tassi d’interesse».

Insomma, in poche settimane sarebbe crollata con il governo che assisteva impotente, la situazione dei conti pubblici nazionali e in più sarebbe in arrivo una nuova tempesta sui mercati internazionali creando condizioni inattese per cui il programma di Letta non può più essere rispettato. Non solo: l’Italia in questo momento ha ancora al collo le briglia dell’Unione europea, perché quella uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo festeggiata anzitempo dal premier, non è ancora formalizzata: dovrà essere approvata prima da un Ecofin e poi da un consiglio Ue a fine luglio. Fino a quel momento non si può fare praticamente nulla. A meno di evitare l’Iva mettendo a copertura altre tasse sui cittadini, come ha fatto capire il ministro dell’Economia: «Siamo assolutamente consapevoli degli effetti negativi che un suo aumento può provocare in questo momento, anche se il reperimento di coperture alternative potrebbe essere non meno gravoso». Se non c’è un euro per togliere l’Iva che costa 2 miliardi nel 2013, figurarsi per l’Imu sulla prima casa che vale 4 miliardi. Saccomanni ha sostenuto che in effetti l’Imu 2012 era stata prevista per 20 miliardi e 329 milioni. Ne sono stati incassati 23 miliardi e 792 milioni, quindi 3 miliardi e 462 milioni in più. Non ci sarebbe però tesoretto, perché quella somma è andata a coprire un calo generale delle entrate, visto che nel 2012 il reddito degli italiani si è ridotto del 2,4%. Renato Brunetta ha protestato con mitezza, ricordando (e ha ragione), che il dipartimento delle finanze aveva contabilizzato nel 2012 solo 22,5 miliardi di euro, lasciando a disposizione un tesoretto quindi di 1,3 miliardi di euro. Ma dopo le parole di Saccomanni il Pdl dovrebbe essere assai più in imbarazzo: con l’annuncio ufficiale di un programma che non verrà realizzato, c’è davvero da chiedersi che ci faccia ancora al governo.

di Franco Bechis

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Commenti all'articolo

  • disilluso^2

    15 Giugno 2013 - 13:01

    Perche' IVA, IMU e gli interessi degli italiani non contano. Berlusconi sta' al governo per trattare con il PD l'esito dei processi in corso. Aspettiamo di vedere il risultato del processo Ruby, che minaccia l'interdizione dai pubblici uffici.

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  • disilluso^2

    15 Giugno 2013 - 13:01

    Perche' IVA, IMU e gli interessi degli italiani non contano. Berlusconi sta' al governo per trattare con il PD l'esito dei processi in corso. Aspettiamo di vedere il risultato del processo Ruby, che minaccia l'interdizione dai pubblici uffici.

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  • al59ma63

    15 Giugno 2013 - 09:09

    Questo governo e' incapace di governare, NON vuol tagliare le spese dello stato superflue, gli innumerevoli sprechi e dispendi inutili e la gente e' esasperata con IMU e IVA appese ai testicoli, che si porterebbero via i soldi delle vacanze ed una mensilita' di lavoro, queste due tasse sono una mensilita' in meno, una tredicesima al contrario. SE NON MUOVONO le chiappe ci sara' rivolta.

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  • marcopcnn

    15 Giugno 2013 - 07:07

    Che Napolitano non scioglierebbe comunque le camere. Almeno sino a quando non sarà cambiata la legge elettorale. E sa anche che con ogni probabilità Grillo non commetterebbe lo stesso errore fatto a Marzo. E per il Cav un Governo M5S-PD sarebbe la fine. Come Sempre per il PDL sono gli interessi del capo a dettare la linea politica

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