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Clint Eastwood, "American Sniper": l'elogio del cecchino Usa

Andrea Tempestini
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«Te lo devo dire...Non ti ricordi di quelli che hai salvato. Non ti scordi di quelli che non hai salvato...Sono proprio quei volti e quelle situazioni che faranno parte di te per sempre». Lo scriveva Chris Kyle, capo del Team Three dei Navy Seals statunitensi dal 1999 al 2009, nella sua autobiografia, American Sniper Mondadori, pp. 368, euro 18) dalla quale è tratto il film omonimo prodotto e diretto da Clint Eastwood, uscita italiana 1 gennaio 2015. «Chris Kyle», ha detto il regista, «racconta la sua storia con lo stesso coraggio e la stessa grinta che ha mostrato nella vita e sul campo di battaglia». Ed è per quello che il vecchio leone (forse identificandosi un po', peccato non abbia più l'età) ne ha tratto un film capace di tenerti in sospeso dal principio alla fine. Protagonista Bradley Cooper, trasformato per esigenze di ruolo in un ragazzone del Texas, molto ingrossato, più che ciccia è muscolo totale. E lo sguardo azzurro diventa una cosa sola con il mirino, indimenticabile scena d'apertura del film. Tutto parte da quel concetto iniziale, perché Chris aveva nel sangue il motto dei Seals, «che nessun uomo venga lasciato indietro», ed era la motivazione base per la quale si era arruolato. Faceva parte della sua stessa esistenza, gliela aveva insegnata il padre, quando da ragazzino lo portava a caccia con lui. Il padre gli diceva che gli uomini si distinguono in tre categorie: le pecore che subiscono, i lupi che aggrediscono, e i guardiani delle pecore che le difendono. Ecco, Chris avrebbe dovuto appartenere alla terza fascia. E infatti aveva cominciato difendendo il fratellino più piccolo dalle botte dei compagni di scuola. Poi aveva intuito di poter fare di meglio arruolandosi. Dopo il matrimonio con Taya (Sienna Miller), una ragazza che lo capisce al volo, colpo di fulmine, viene ingaggiato nei Navy Seals, e attraversa il durissimo addestramento come niente fosse, un gioco, gli altri stramazzano e lui sembra stare alla palestra del liceo, si diverte un sacco. Dice anche, candido, che «fare centro gli viene meglio se i bersagli sono in movimento». Gli altri non lo sanno ancora, ma è così che diventerà «la Leggenda»: sugli Stati Uniti si sono abbattuti l'onta e il dolore immane dell'11 settembre, Chris parte per la prima missione in Iraq (ne affronterà quattro) e nell'inferno di Falluja diventa l'angelo armato protettore dei suoi commilitoni, loro sanno che alle loro spalle c'è lui, annidato su un tetto, o nascosto in un androne. Ma Chris è solo, quando deve affrontare scelte tremende e non sa se sotto il velo di una donna si nasconde l'esplosivo. Se sbaglia sarà corte marziale, se non spara potrebbero saltare in aria i compagni. Passano gli anni e le missioni si succedono, nel frattempo è diventato due volte padre. Prima di tornare a casa, con centosessanta tacche sul fucile, il regista gli concede una scena degna di mitici western: il suo proiettile al ralenty nel cielo iracheno, dritto a colpire un abile «omologo» nemico di nome Mustafà. È giustizia per i compagni caduti, un rimpianto che non riesce a sopire neppure quando torna a casa e si dedica alla riabilitazione dei reduci. Sarà uno di loro a ucciderlo, senza un perché. È come se un'invidia odiosa volesse cancellare la Leggenda, un uomo semplice dalle spalle grandi che quando diceva «potrei morire per il mio Paese» ci credeva davvero. Forse dovremmo ricordarcene, mentre nel film cala il tramonto sulla sua sepoltura, nel cimitero degli eroi di Arlington, e nel mondo reale i sanguinari dell'Isis bussano alle porte di tutti. di Bruna Magi

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