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Gli inizi di un'epopea

Il mito Ferrari battezzato dal Marchese Volante

Il Drake partecipò alla sua prima corsa come costruttore, la Mille Miglia del 1940, grazie ai soldi e all'abilità di Lotario Rangoni. Nobile, viveur e pilota presto scomparso in un incidente aereo

Il mito Ferrari battezzato dal Marchese Volante

Se lo puoi sognare, allora lo puoi fare. Forse Enzo Ferrari una frase del genere non l’ha mai pronunciata, anzi probabilmente il suo motto preferito, un mantra da infilare nella testa dei suoi piloti, era «tgnir zo al pé e correr piò fort ch’a-s pol» (tenere giù il piede e correre più veloce possibile). Eppure, accanto alla concretezza a volte maniacale, il testardo «agitatore di uomini» ha sempre avuto come faro il Sogno, quello che avrebbe dato vita alla leggenda e avrebbe fatto diventare la Scuderia del Cavallino la più vincente di ogni tempo. Tonnellate di volumi raccontano la vita e i successi del Drake, ma c’è stato un momento in cui Ferrari non poteva chiamarsi Ferrari, quello in cui corse la sua prima gara, quello in cui Enzo aveva bisogno di un altro sognatore come lui, illuminato al punto da credere al suo progetto di costruire in quattro mesi dal nulla una macchina da corsa. Ovviamente vincente, perché altro non è mai stato contemplato dalle parti di Modena.

Con il fuoco dentro - Quell’uomo si chiamava Lotario Rangoni Machiavelli, il Marchese Volante, il primo pilota di una Ferrari non ufficiale.  Quel periodo che in molti particolari è rimasto a lungo nascosto - e che conserva ancora diversi misteri - viene ora a galla nell’appassionante La prima corsa di  Enzo Ferrari, a firma di Gian Paolo Maini (Imprimatur, pp. 186, euro 18). Un libro difficilmente etichettabile, a metà fra la biografia e il diario (se per Ferrari la bibliografia è sterminata, per Rangoni Maini si è affidato all’archivio della famiglia e a mesi spesi a spulciare i preziosi Archivi di Stato, pubblicando centinaia di foto inedite) e il romanzo, benché fortunatamente non abbia gli sfondoni tipici di molte vite romanzate.

Siamo alla Mille Miglia del 1940, la corsa più importante dell’epoca a cui partecipano team da tutte le nazioni europee; di lì a un mese l’Italia di Mussolini sarebbe entrata in guerra e se c’era un momento complicato per pensare in grande e guardare al futuro era quello. Il Drake, in aperta sfida e polemica dopo il divorzio dall’Alfa Romeo, vuole battere la sua ex scuderia e cerca finanziatori che credono in lui. Li trova in Lotario, munifico come suo solito, e in Alberto Ascari, figlio del compianto amico Antonio che però «aveva a disposizione solo 20mila lire». A Enzo andava bene così. Saranno loro due i primi piloti dell’Auto Avio Costruzioni 815 (8 come i cilindri del motore, 15 per la cilindrata da 1.500 cc): giovani, il fuoco dentro e la velocità nel sangue.  Il tempo per portare le macchine in corsa è poco, ma il 28 aprile al via di Brescia le due 815 numero 65 (Rangoni) e 66 (Ascari) sono lì: non concluderanno la gara, Ascari per la rottura di un bilanciere mentre tentava di tener testa proprio a Lotario, il Marchese per il cambio rotto a pochi km dall’arrivo quando stava dominando a 143 km/h di media: pianse infuriato, Rangoni, mentre Ferrari storse la bocca in un sorriso premonitore: aveva capito che ce l’avrebbe fatta. Il tutto grazie a un emiliano come lui, ma che più diverso non si poteva.

Ferrari e Rangoni  erano due personaggi quasi agli opposti fin dalla formazione, benché entrambi abbiano incominciato a sognare seduti da piccolini nella De Dion-Bouton (fra le poche automobili che giravano all’epoca in Emilia) dei rispettivi padri, morti quando entrambi erano giovanissimi. Mentre Lotario a scuola spiccava sugli altri (oggi sarebbe definito un piccolo prodigio), il Drake sui libri non si era mai particolarmente applicato, forse respinto da tutta quella teoria, a lui interessava sperimentare, voleva la concretezza, caratteristiche che poi sublimerà nella sua lunga carriera di abile e astuto negoziatore, grazie a un’oratoria capace di trascinare i suoi interlocutori là dove voleva: far toccare con mano il sogno che aveva in mente e poi riportare tutto alla praticità e alla concretezza tipica dell’emiliano doc.  Rangoni invece era un viveur, un leader per definizione, appassionato di caccia, viaggi, belle donne e bella vita, pilota di aerei, status symbol dell’epoca. Veniva da una famiglia nobile e facoltosa, amava vestire alla moda e girava con un fotografo personale. Ma non era uno scialacquatore, Lotario, bensì un cultore della vita e dell’amicizia, animato dal brivido per l’adrenalina, la velocità e il rischio. Per questo l’empatia con Ferrari fu istantanea. Potevano stare ore seduti a parlare, con lui il cupo Enzo riusciva ad aprirsi e fu a Lotario che il Drake pensò per primo quando ideò la sua folle avventura.

Era destino, quello che li fece incontrare e quello che, tragico, li divise, così come ha tolto i più amati a Ferrari. Gli sono morti tutti, dall’enorme pastore danese Dick, il docile cane di famiglia e primo grande lutto, per  passare attraverso il padre Alfredo, l’amatissimo fratello Dino fino a tutti i grandi piloti e amici: Sivocci, Ascari padre e figlio, Villeneuve. La vita di quell’Enzo che da grande voleva fare il pilota per diventare più forte di Raffaele De Palma, mito dell’epoca, è stata un grande collezione di «gioie terribili» e anche Lotario non sfuggì alla maledizione. 

Misteri insoluti - Arruolatosi volontario nella Regia Aeronautica dopo l’entrata in guerra, fu spedito alla scuola sottufficiali di Pistoia. Il 2 ottobre 1942 si trovava a bordo di un Nardi Fn315 appena arrivato, ai comandi il tenente Pagano, che di Rangoni era divenuto grande amico e lo volle con sé nel suo primo volo sulla nuova macchina. Rangoni accettò. Ma dieci minuti dopo il decollo, le nebbie dei campi pistoiesi inghiottirono l’aeroplano, che si schiantò nei campi a tre chilometri dall’aeroporto. Morirono entrambi, Rangoni a 29 anni. Lì un monumento funebre voluto dalla disperata madre Ida ancora oggi ricorda la tragedia, mentre il fratello Rolando rammenta ancora una frase quasi profetica pronunciata da Lotario prima di arruolarsi: «Se un giorno non tornerò dalla guerra non sarà poi una tragedia, quello che volevo fare l’ho già fatto, cosa potrei chiedere di più al ritorno». L’inchiesta non ha mai chiarito cosa successe, forse un errore di uno dei due piloti. Un mistero insoluto, come quello che riguarda la 815 di Lotario. Una delle due vetture, quella guidata da Ascari, è ancora esistente e fa parte della collezione Righini di Panzano (MO), mentre quella del marchese volante, leggermente diversa e rifinita in maniera più lussuosa come si addiceva a un nobile, è sparita e nessuno sa in che modo. Scomparsa, eppure non risulta mai demolita, tanto che nel 2005 a Spilamberto, il paese modenese dove Lotario è cresciuto, comparve una Nardi Danese con il motore identico a quello della Avio pilotata da Rangoni...

di Tommaso Lorenzini

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