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PARLA GIANGRANDE"Preiti mi ha chiesto di passareGli ho detto no, mi ha sparato"

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Il brigadiere ferito nella sparatoria di Montecitorio lo scorso 26 aprile racconta per la prima volta l'incontro con l'attentatore: «Altro che folle, era lucido»

Matteo Legnani
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A novembre si apre il processo contro Luigi Preiti, l'uomo che il 26 aprile ha sparato al brigadiere Giuseppe Giangrande mentre era in servizio davanti a Montecitorio. È ancora ricoverato nella clinica di Imola, dove continua la riabilitazione. A giugno, quando il nostro direttore Maurizio Belpietro  era andato a trovarlo per consegnargli un assegno (circa 330mila euro), donati dai nostri lettori, Giangrande era su un lettino. Sofferente, aveva perso diciotto chili di peso. Ma curato con amore dalla figlia Martina e dai medici che hanno fatto di tutto per aiutarlo a superare questo tragico periodo, ne ha ripresi quattro: "A Natale papà torna a casa", ci annuncia con gioia  Martina, "sto preparando la nostra abitazione di Prato dove ho fatto fare dei lavori di ristrutturazione per renderla più accogliente. Sono tanto felice!  Abbiamo già parlato con degli infermieri volontari che si sono offerti di aiutarlo. Continuerà la riabilitazione, prima i controlli saranno fatti ogni 5 mesi, poi 7, fino all'appuntamento annuale. Nessun sacrificio da parte mia", sottolinea, quella che in molti hanno soprannominato 'la ragazza-coraggio'. "Per 23 anni ho avuto i miei genitori che si sono occupati di me", replica, "ora mi tocca aiutare lui.  L'aiuto più grande che do al mio papà è la forza di andare avanti. Quando va in palestra, sono io che lo aspetto fuori, e dopo vado a prendere due pizze e le mangiamo insieme, nella sua camera. Lo faccio ridere, così, dimentica quel tragico gesto". Tocchiamo il tema del processo: "Se sarò presente in aula? Vorrei andare, ma solo se sarà fatto a porte chiuse. Non voglio fare pubblicità a un appuntamento dove si parla di mio padre. Ma Preiti non lo potrò mai perdonare:  tra noi due, quella che ha perso di più, sono io".  Abbiamo anche intervistato il padre Giuseppe che ci ha raccontato i momenti più salienti di questa brutta avventura.  Giuseppe, so che ha cambiato reparto. Ora come si sente? "Meglio. Mi hanno passato al piano terra dove sto facendo una terapia molto più intensa per riacquistare l'uso delle braccia e quello dei muscoli che si sono atrofizzati. I medici, stanno lavorando anche sulle spalle e mi auguro di recuperare gli arti. Ho fiducia in questi medici, dagli infermieri ai medici, sono uno più bravo dell'altro. Sono cattolico, ma non penso ad un miracolo, è lo spirito che è forte e combattivo. Il coraggio cambia l'essere umano e fa diventare diplomatici". A Natale torna a casa. Felice? "Molto, ci stiamo preparando a fare il panettone a casa  Può anche darsi che si riesca ad anticipare di qualche giorno, ma non voglio insistere. Il mio obiettivo era quello di tornare a casa, fra le mie cose, i miei affetti, i miei ricordi, che anche se fanno male, fanno parte della  vita". Molti italiani la considerano un eroe: cosa risponde? "Non sono un eroe. Mi sono trovato al posto giusto nel momento sbagliato. Se questo soggetto passava il blocco in un attimo di distrazione dei miei colleghi, era una strage. Con Preiti, prima che mi sparasse ci ho parlato. Mi ha chiesto di passare lo sbarramento e nel momento in cui, gli ho detto che era impossibile, come avevo già fatto con altri, si è scagliato contro di noi. È stato bloccato e ha scaricato tutto il caricatore della pistola, su di me e sugli altri. Ci sono stati quattro feriti, tra cui un carabiniere, ma nessun morto. Preiti è stato subito perquisito, aveva proiettili in tasca e nel marsupio che portava sulle spalle". Mentre lei  era a terra, colpito ed in attesa di soccorsi, cosa ha pensato? "In pochi minuti ho capito che stavo per perdere tutto. Mia figlia e la mia vita". Pentito di aver fatto il carabiniere? "No, rifarei tutto. All'Arma  abbiamo dato la nostra gioventù, ma sono fiero di questo.  Noi vecchi di esperienza siamo dei dinosauri in via di estinzione, ora sono le nuove leve che devono portare avanti il nostro Credo". Quando ha cominciato a vestire la divisa dell'Arma? "Ero uno sbarbatello quando sono andato a Firenze. Dall'88 al 2007, sono andato in giro con le macchine del radiomobile. Rientravo sempre al battaglione con onore. Mia figlia mi dice: papà, non sai il fardello che mi hai messo sulle spalle. Lei mi sostituisce quando mi danno un premio, lei ha ritirato la medaglia d'oro. Ho scoperto nell'Arma una grande solidarietà, non mi hanno mai abbandonato. Dal Generale Comandante Gallitelli a quello Provinciale di Bologna, fino al comandante della Compagnia di Imola e il maresciallo della Stazione. Questi, sono sentimenti che contano nella vita di un uomo legato ancora ad una poltrona". A novembre inizia il processo contro il suo attentatore che vuole cavarsela vestendo i panni del  folle. Cosa si aspetta? "Che venga punito in base ai capi di imputazione e sia riconosciuto colpevole, perché matto non è. Era molto lucido quando ha parlato con me. Non chiederò il perdono nei suoi confronti. Lui mi stava staccando da mia figlia, dalla cosa più cara che mi era rimasta. So che hanno già tentato di farlo passare per un folle, ma la richiesta è stata  respinta  dal  tribunale". Tra tre mesi torna a casa. Qual è, la cosa che farà, la sera di Natale? "Cucinerò il pesce. Essendo meridionale, l'ho sempre fatto io. Ricordo che nessuno si doveva avvicinare ai fornelli. In cucina sono bravo, e non vedo l'ora di riprovarci". Prima di chiudere, vorrei darle i saluti del nostro direttore Maurizio Belpietro, che non la dimentica mai. "Neanche io lo farò. Quando è venuto ad Imola, mi è rimasta impressa la lealtà  del suo sguardo che non riusciva a nascondere l'emozione. Anch'io ero emozionato, ma felice e grato del suo gesto. Ora cosa potrei chiedere di più: tutta questa solidarietà e questa attenzione nei miei confronti mi riempie il cuore di gioia. Appena starò in piedi sulle mie gambe, andrò personalmente a ringraziare tutti. Ogni giorno che nasce, può accadere qualcosa di bello. Il 26 aprile a me è andata male, ma se sono qui a parlare con lei con grande affetto, vuol dire che non tutto è andato perduto".

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