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Ma le ricette del Prof ammazzano il Paese

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di Maurizio Belpietro

Lucia Esposito
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Caro Giampiero, secondo il grande dizionario Hoepli-Gabrielli, l'acrobata è colui che compie esercizi di agilità, equilibrio e destrezza nei circhi  e nei varietà, oppure una persona facile a cambiare le proprie idee e i propri princìpi per opportunità o interesse. A me non sembra che noi di Libero in questi mesi ci siamo mantenuti in equilibrio, giocando con le parole, né mi pare abbiamo voltato gabbana, rinunciando ai nostri convincimenti. Semmai,  al contrario, vi abbiamo tenuto fede con rara coerenza, criticando il governo sin dalle prime battute, senza timore di essere giudicati sbilanciati. E non già per partito preso, come magari qualcuno potrebbe pensare:  ho più volte avuto modo di scrivere che conosco Mario Monti da parecchio tempo e ho sempre avuto con lui relazioni cordiali. Se lo abbiamo criticato non è dunque per antipatia, ma semplicemente perché non ci convince la sua ricetta per uscire dalla crisi. Anzi, a noi pare che la sua ricetta, invece di guarire la malattia, stia dando un contributo ad aggravarla. Intendiamoci: noi non consideriamo il governo il peggio del peggio né lo riteniamo responsabile della morte dei  24 imprenditori che dall'inizio dell'anno si sono suicidati: queste cose  le lasciamo dire a Di Pietro.  Sappiamo benissimo che il debito pubblico non l'ha inventato il premiere che lo spread  non è una trappola congegnata dall'ex rettore della Bocconi per impadronirsi di Palazzo Chigi. Monti in questi mesi ha fatto quello che ha potuto per contenere gli effetti della speculazione finanziaria, provando a rabbonire gli investitori esteri promettendo mirabilie. Purtroppo il risultato è deludente se non disastroso. Non già perché le ricette del presidente del Consiglio non abbiano funzionato, ma proprio a causa delle ricette. Mi spiego. Nei primi giorni aveva dato prova di voler fare bene: ignorando l'opposizione del Pd, dell'Italia dei valori e pure della Lega, a dicembre varò una riforma delle pensioni che ci equiparava all'Europa, e anzi in alcuni aspetti anticipava quella di altre nazioni del Vecchio continente. La decisione ci era sembrata così azzeccata da farci sperare che il governo tecnico facesse ciò che quelli politici non avevano mai avuto il coraggio di fare, ovvero affrontare provvedimenti impopolari ma utili al Paese, dicendo la verità agli italiani sui conti dello Stato. Purtroppo, dopo i primi passi, Monti e i suoi ministri hanno cambiato strada e anziché affrontare il grande tema della spesa pubblica e dei suoi sprechi, hanno scelto la scorciatoia delle tasse. Vedi, caro Giampiero, per aumentarle non serve un professore con laurea ad Harvard, lo sa fare anche un bidello di scuola elementare.  I soldi utili a far quadrare i conti si possono recuperare in vari modi, ma i più semplici  sono quelli di inventarsi un'imposta sugli sms o di alzare le accise sulla benzina e le gabelle sulle sigarette.  Purtroppo non sono in discussione i metodi con cui si cerca di raggiungere il pareggio di bilancio, ma i loro effetti.  A noi è parso subito chiaro che, innalzando la pressione fiscale, si sarebbe messo in atto un meccanismo perverso. Spaventati dalla crisi e intimoriti all'idea di dover lasciare al Fisco buona parte del proprio stipendio, molti italiani hanno preferito risparmiare, rinviando anche gli acquisti più urgenti. Così, calando i consumi, alle difficoltà finanziarie internazionali si è aggiunto anche un rallentamento della spesa interna.  Se dall'estero i soldi non vengono né prestati né investiti e gli italiani non consumano o consumano di meno, sai cosa succede? Che il Pil non sale, anzi diminuisce. Tecnicamente si chiama recessione, termine che l'Hoepli-Gabrielli spiega così: fase temporanea di depressione e ristagno dell'attività produttiva.  In pratica, l'economia va indietro. Si fattura di meno, si guadagna di meno.   Attenzione: non solo le imprese incassano di meno, ma anche gli italiani e dunque  lo Stato.  Il quale, se non si produce e gli stipendi non si corrispondono causa crisi,  riceve anch'esso meno tasse. Sintetizzo: l'effetto  perverso è che aumentando le tasse si rischia di avere le stesse entrate se non di meno. A questo punto che si fa? Ci consoliamo dicendo che in fondo abbiamo abbassato lo spread e adesso quando andiamo all'estero non ci ridono alle spalle come quando c'era il Cavaliere? Oppure mettiamo altre tasse per sistemare i conti, precipitando lungo una china il cui punto d'arresto non è chiaro? Tu, caro Giampiero, dirai: ma la recessione non l'ha creata Monti e ci sarebbe potuta capitare  indipendentemente dal suo approdo a Palazzo Chigi. Vero, ma diciamo che il premier con le sue misure ha dato un contributo decisivo, facendo scivolare il Pil dallo 0,4 per cento previsto  all'1,5 in meno. Alle mie obiezioni tu rispondi dicendo che se, si levasse dai piedi  l'attuale esecutivo, sarebbe difficile rimpiazzarlo con qualcosa di meglio.  Sono d'accordo con te solo sulla prima parte, ovvero quando dici che, essendo così frammentata la situazione, nessuno prevarrebbe sull'altro. Ma chi ti dice che i partiti saranno questi? Chi ti fa credere che alla fine dovremo scegliere sempre i soliti quattro gatti? Diciotto anni fa, sull'onda dell'emergenza nacque un partito che vinse le elezioni e ci fece sperare nel cambiamento. Certo, allora c'era Berlusconi. Ma perché non potrebbe tornare ad accadere? Perché non potrebbe esserci un nuovo Cavaliere a guidare il sogno italiano? Di imprenditori ce ne sono tanti e anche di successo. E ci sono pure i professionisti, i banchieri e, perché no, i tecnici. È la cosiddetta società civile, quella che tiene alto il nostro Pil. Quella che, stufa di fare equilibrismi con le mani, i gomiti e le caviglie, alla fine potrebbe decidere di scendere dal filo e far da sé.  Questo è ciò che io spero. Per non cadere e non morire.     di Maurizio Belpietro

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