Nel 2025 ci eravamo lasciati con un equivoco istruttivo: Norris si era preso il titolo, Verstappen la foto. La matematica era pulita. La gerarchia molto meno. Lando ad Abu Dhabi incassava l’aritmetica. Max incarnava il Mondiale per logica.
Da ieri sera l’equivoco ha cambiato natura. Non perché il titolo conquistato da Antonelli sia senza crepe: Baku basta a negare la favola, mentre Barcellona e Silverstone negano la macchina infallibile. Ma nel 2026 Kimi è stato il poleman di Cina e Monaco, lo stratega di Ungheria, quello che è passato dalla ghiaia alla vittoria a Monza e che è rimasto al centro anche quando VSC, pioggia e box hanno cambiato il copione in corso d’opera. In Messico ha chiuso la faccenda senza pose da eroe: 43 giri sulle soft, il podio che bastava, nessuna vittoria necessaria per la sacrosanta corona.
Non è 'costanza', parola che allunga come un elastico qualunque merito. È densità: ogni Gran Premio gli ha chiesto una cosa diversa, senza cambiargli identità. Non è stata la gara a decidere quanto pesasse Antonelli. È stato Antonelli a decidere quanto pesasse la gara.
E poi c'è Verstappen, che sta tornando ad essere il problema di tutti. Guarda Kimi come i predatori guardano le prede: lo riconosce solo se può provare a morderlo. È l’avversario perfetto per il prossimo anno. Perché impedisce al titolo di diventare una cerimonia, una caricatura di se stesso.
Insomma, lo scorso anno l'ex numero 1 della McLaren aveva la ricevuta, l'Olandese Volante la fotografia. Il fenomeno bolognese ora le ha entrambe. E questo fa di lui la variabile che rompe la logica della Formula 1 moderna: separare il titolo dalla figura del campione. Norris ha avuto il primo, Verstappen la seconda. Kimi li costringe a tornare nello stesso corpo. Vivaddio.





