Monsters è una parola che evoca creature deformate, presenze venute da un altrove oscuro. Il mostro, nella sua versione più rassicurante, abita comunque oltre una soglia. Sta nella fiaba, nel mito, nel film dell’orrore, nella stanza buia dell’infanzia. Serve a dare un profilo alla paura e, proprio per questo, a tenerla a distanza. Il progetto degli studenti dello IED di Milano, esposto ieri e oggi (21 e 22 maggio) presso il Teatro dell'Istituto Europeo di Design parte invece da una direzione opposta. Nella call creativa che si concluderà con il talk di Paolo Sorrentino e Antonio Marras (titolo "La bellezza dell’inatteso") il mostro entra nel presente, perde l’alibi della leggenda e diventa materia riconoscibile: uno specchio che altera il volto, una fune che impedisce il movimento, una maschera che rivela la ferocia del pubblico, una cameretta infantile attraversata dalla guerra, un paesaggio divorato dalle grandi opere, un corpo mutato dalle radiazioni, una scultura dedicata al denaro come spirito opprimente.

La mostra Monsters – Mostri in mostra, curata da Loredana Parmesani, chiede a una generazione di dare forma alle proprie paure. Il risultato è un bestiario contemporaneo in cui il mostruoso coincide raramente con l’eccezione. Più spesso somiglia a una regola sociale portata alle estreme conseguenze. La radice latina aiuta: monstrum è ciò che si mostra, ciò che appare fuori dall’ordine consueto e obbliga a interpretare. Il mostro, dunque, diventa un segnale. Un corpo simbolico attraverso cui una comunità racconta quello che teme, quello che rimuove, quello che fatica a nominare.

La risposta degli studenti passa spesso dal corpo. In Façades, Adele Colombo e Chiara Hien Valtolina affrontano gli standard occidentali di bellezza femminile attraverso fanzine dedicate a occhi, naso, bocca, sopracciglia, make-up e simmetria facciale. Il volto diventa superficie da misurare e normalizzare. In Riflesso, Valeria Trogher porta questa ossessione dentro uno spazio di superfici deformanti: il visitatore entra, si guarda, vede la propria immagine alterata. La dismorfia assume così una forma fisica, concreta, quasi quotidiana.
Lo stesso corpo, ferito e diviso, ritorna in Identità in Tensione di Francesca Barbieri, scultura in polistirolo attraversata da una frattura, mani tese a coprire lo sguardo, lacrime dorate, un groviglio centrale di paure che muta in linfa verde. In Chi sono, stavolta?, Maxime Crobu sposta la domanda sul terreno dell’instabilità: una figura composta da parti diverse, tra umano e disturbante, chiede quanto di ciò che mostriamo appartenga davvero a noi e quanto venga costruito dallo sguardo altrui.
Poi c’è il mostro politico, quello che nasce dalla rinuncia alla responsabilità individuale. In Agam, Davide Russo, con Lorenzo Mannoni, Vittorio Lama, Massimo Sfamurri e Riccardo Speca, usa un visore e una fune per far sperimentare il limite fisico e la perdita di autonomia dentro il gruppo. Il tiranno immaginato dall’opera è privo di occhi: impone la realtà anziché osservarla. Pochi segni bastano a spostare il discorso dal fantastico al meccanismo: un dispositivo, un vincolo, una comunità che trasforma l’obbedienza in gesto automatico.
Anche la collettività può diventare creatura feroce. In Su Battile, Gian Paolo Senette rielabora il carnevale di Lula e la maschera di Su Battileddu, antico rito sardo di sacrificio e rinascita. Il cappotto over in pelle e orbace nero porta addosso il peso di una storia ruvida. Qui la vittima espia le colpe di una comunità arida. Il vero orrore si sposta sul pubblico, su chi consuma il dolore altrui per sentirsi vivo. Ogni epoca ha il suo anfiteatro. La nostra lo tiene acceso in tasca.
La marginalità urbana entra in Reicĕre di Jacopo Di Schiesa, serie fotografica costruita su architetture e volti osservati da uno sguardo laterale. L’infanzia, invece, diventa spazio vulnerabile in Monsters don’t exist di Laura Valerio: camerette attraversate da xenofobia, guerra, violenza e suicidio minorile. Il cortocircuito è netto. L’estetica infantile conserva colori e forme riconoscibili, mentre il contenuto appartiene alla cronaca più dura. Il mostro arriva dove l’immaginazione dovrebbe proteggere.
La stessa operazione avviene con l’ambiente. In Ecomostri, Matilde Cau spoglia la creatura dal mito e la riconduce alla devastazione ambientale: foreste abbattute, grandi opere, natura cancellata dall’impatto umano. Poche figure risultano più mostruose di ciò che continuiamo a chiamare progresso quando lascia dietro di sé consumo di spazio, materia e futuro.
La paura del domani ritorna in Echoes of a mutated, lavoro di Sofia Spicer-Acosta e Nina Lazzarini: gioielli in resina immaginano creature mutate da una catastrofe nucleare, forme fragili e inquietantemente familiari. In Egregora del denaro, Veronika Tykhomyrova dà invece corpo allo spirito del guadagno attraverso una scultura ispirata alle statue balinesi di Nyepi. Il denaro assume la postura di una divinità minore e tirannica, presenza che domina e consuma.
A tenere insieme il percorso c’è anche il suono. Meraviglioso negativo, tappeto sonoro di Alessandro Giombini ed Eugenio Camillo Nicola Orengo, lavora sull’ambiguità di tèras, in greco mostro, presagio, segno divino, e di monstrum, ciò che mostra e indica una via. Il futuro appare come un territorio da decifrare con strumenti imperfetti, mentre il passato resta alle spalle come unica presa ancora salda.
La chiusura affidata al dialogo tra Paolo Sorrentino e Antonio Marras, La bellezza dell’inatteso, completa il ragionamento. Nel cinema di Sorrentino l’inatteso abita i personaggi fuori asse, le immagini che irrompono nella scena, i dettagli che incrinano la superficie del reale. Nel lavoro di Marras nasce dalla contaminazione: Sardegna e mondo, costume e poesia, teatro e memoria, moda e arti visive.
Alla fine, Monsters funziona perché riporta il mostro vicino. Dentro il volto che vorremmo correggere, dentro il gruppo a cui cediamo giudizio, dentro la comunità che trasforma la sofferenza in spettacolo, dentro il denaro diventato culto, dentro la natura trattata come materia disponibile, dentro le stanze dei bambini attraversate dalla violenza del mondo. Il mostro, allora, non è l’opposto dell’umano. È una delle sue forme rimosse. Gli studenti dello IED lo hanno capito: per affrontarlo occorre dargli figura, peso, superficie, suono. Guardarlo senza la consolazione di sentirsi innocenti.





