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Da Torino a New York: il sogno americano di Gianluca Sardo, presidente di The Glasshouse
giovedì 5 novembre 2026

Da Torino a New York: il sogno americano di Gianluca Sardo, presidente di The Glasshouse

Veronica Grimaldi
10' di lettura


C’è chi sceglie di restare nel luogo in cui tutto è cominciato e chi, invece, trova il coraggio di partire per inseguire una visione più grande. Gianluca Sardo, da Torino a New York, ha trasformato ambizione, determinazione e passione in un percorso professionale da protagonista nel mondo degli eventi e dell'ospitalità. Oggi, alla guida di The Glasshouse, è protagonista di una realtà che rappresenta l’eccellenza e il dinamismo della metropoli americana. La sua storia racconta il valore delle scelte, la forza di reinventarsi e la capacità di trasformare le opportunità in traguardi concreti. Un viaggio personale e professionale che ci porta a scoprire il volto autentico del sogno americano.

1) ​Sei partito da Torino per arrivare a ricoprire un ruolo di primo piano nel mondo degli eventi newyorkesi. Qual è stato il momento in cui hai capito che volevi metterti alla prova negli Stati Uniti e quanto è stato difficile lasciare le tue certezze per inseguire un'opportunità?


Ovviamente, trasferirsi a New York rappresentava un’opportunità straordinaria, ma anche una sfida enorme. In realtà, non era nei miei progetti trasferirmi lì: era il sogno di mia moglie, che mi ha convinto a provare a cercare lavoro a New York. Così abbiamo deciso di partire. Quando sono partito, sapevo bene che avrei lasciato indietro tante cose: gli amici, la famiglia e tutte quelle piccole certezze che spesso diamo per scontate. Trasferirsi in un altro Paese significa anche questo. Però, a un certo punto, mi sono detto: «Perché no? Perché non provarci? Perché non vedere cosa si può riuscire a fare?». Ed è stato proprio questo il primo passo, quello più importante: il grande salto che abbiamo deciso di fare nell’aprile del 2015, ormai undici anni fa. In realtà, è successo tutto molto velocemente. Non è passato così tanto tempo, se ci pensi: undici anni possono sembrare tanti, ma non stiamo parlando di trent’anni fa! Ci siamo sposati a marzo del 2015, ad aprile ci siamo trasferiti a New York e, a metà dello stesso mese, ho iniziato a lavorare per Eataly. È stata la prima opportunità lavorativa che mi ha permesso di cominciare il mio percorso professionale qui in America. All’inizio ho dovuto fare qualche passo indietro, perché non avevo mai lavorato negli Stati Uniti e dovevo, in qualche modo, ricominciare da capo. Però ho sempre creduto molto in me stesso. E poi, come dico spesso, noi italiani abbiamo una marcia in più! Da lì è iniziato tutto. Pian piano, con impegno e determinazione, sono riuscito a costruire il mio percorso e a raggiungere, passo dopo passo, i miei obiettivi.

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2) ​Trasferirsi a New York significa, appunto, confrontarsi con una cultura, ritmi, aspettative completamente diverse. Qual è stato l'ostacolo più grande che hai dovuto superare all'inizio e quale lezione ti ha lasciato?

Uno degli ostacoli più grandi è stato imparare a stare al passo con i newyorchesi, perché qui tutti corrono e tutto si muove velocemente. È stato necessario adattarsi a questo ritmo frenetico e incessante. Un’altra cosa che ho imparato nel tempo è il modo in cui gli americani ragionano dal punto di vista del business, che è un po’ diverso dal nostro. Noi italiani siamo molto bravi nell’ospitalità, nel far sentire le persone a proprio agio e nel farle stare bene. Gli americani, invece, sono particolarmente abili nel far funzionare il business e nel trasformarlo in un’attività redditizia. Un altro aspetto importante riguarda il modo di comunicare, che è piuttosto diverso dal nostro. Negli Stati Uniti, e in particolare nell’ambiente lavorativo, si è molto orientati agli obiettivi e ai risultati. Devi essere sempre sul pezzo: puoi essere bravo, preparato e competente, ma alla fine ciò che conta è la capacità di raggiungere risultati concreti.

3) Nella tua esperienza quanto contano il talento e la preparazione rispetto alla determinazione, alle relazioni, alla capacità di cogliere le opportunità? C'è stata una porta che sei riuscito ad aprire proprio perché eri disposto a fare qualcosa in più per gli altri?

Credo che, purtroppo, il talento da solo non basta. La preparazione ti permette di cogliere le opportunità, ma è la determinazione che ti consente di trasformarle in risultati concreti e, alla fine, in successo. Negli Stati Uniti le opportunità ci sono, ma non sono per tutti. Spesso il sogno americano viene raccontato in modo un po’ idealizzato, mentre quando arrivi qui ti rendi conto che la realtà è più complessa. Le possibilità esistono, ma devi essere pronto a coglierle, lavorare sodo e dimostrare quello che sai fare. Ho imparato anche dagli errori: a volte non devi avere tutte le risposte. Di solito, quando parti qua a New York da giovane manager, pensi di dover avere tutte le risposte a tutte le cose, ma in realtà non è così. Quello che conta davvero è creare un network, possibilmente con persone dello stesso settore, perché è la cosa che ti aiuta a salire gli scalini della scala del business. 

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4) Oggi sei alla guida di The Glasshouse, che è una venue che ospita gli eventi di grande rilievo a New York. Qual è la differenza tra gestire una location prestigiosa e trasformarla in un punto di riferimento per la città e qual è la visione che guida il tuo lavoro?


Il bello della mia esperienza è che sono partito dalle operations. Quando sono arrivato qui, cinque anni fa, ero direttore Operations. Ho quindi percorso tutti gli step aziendali, fino a diventare COO e poi Presidente. Questo mi ha permesso di conoscere a fondo tutti i processi dell’azienda. Sapendo cosa affrontano ogni giorno i miei team, riesco a prendere decisioni e a definire strategie insieme a loro in modo più consapevole e oculato, perché ho vissuto quelle stesse esperienze in prima persona. Conoscere direttamente il funzionamento dell’azienda mi ha dato un vantaggio importante. La mia filosofia, però, è soprattutto quella di investire nelle persone, nei processi e nell’innovazione, senza mai perdere di vista i dettagli. Perché i dettagli fanno la differenza: quando vuoi rendere una realtà davvero prestigiosa, devi assicurarti che ogni elemento sia curato e che tutto sia al posto giusto.

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​5) Il pubblico vede gli eventi straordinari, gli ospiti importanti, le scenografie spettacolari, ma cosa c'è dietro le quinte? Qual è la decisione più difficile che un manager deve saper prendere per garantire che tutto funzioni anche quando la pressione è altissima?

Il pubblico vede il risultato finale: vede la grande cantante sul palco che si esibisce, ma non tutto il lavoro che c’è dietro. Ci sono mesi e mesi di preparazione per assicurarsi che ogni cosa funzioni nel modo migliore. La vera difficoltà di un manager, e il momento in cui viene davvero messo alla prova, arriva quando le cose non vanno come erano state pianificate o calcolate. È proprio in quei momenti che si vede come il team lavora insieme e quanto sia capace di affrontare e risolvere gli imprevisti senza che questi abbiano un impatto sul risultato finale, ovvero sull’esperienza che il cliente vive e percepisce. Per questo, il lavoro dietro le quinte è fondamentale, se non addirittura più importante di quello svolto durante la giornata o la serata dell’evento. Perché è proprio tutto ciò che accade prima, e la capacità di gestire ciò che accade durante, a fare davvero la differenza. 

​6) Guardando indietro, c'è stato un errore, un fallimento, un momento di crisi che si è rivelato decisivo per la tua crescita? Che cosa ha imparato da quella situazione che nessun successo avrebbe potuto insegnarti?


Nel corso della mia carriera ho affrontato tantissime situazioni complesse, spesso caratterizzate da grandi aspettative. Credo che la cosa più importante sia non perdersi mai d’animo, continuare a credere in se stessi e mantenere sempre la curiosità di imparare, ogni giorno, indipendentemente dal ruolo che si ricopre. È fondamentale continuare a lavorare insieme ai propri colleghi, al proprio team e a tutte le persone che ci circondano, perché in questo tipo di business i risultati si raggiungono solo se tutta la macchina funziona. Da soli non si riesce a portare un’azienda dove si vuole: bisogna costruire una squadra solida, capace di crescere e lavorare insieme verso un obiettivo comune. Si parla spesso di delega, di delegare e di affidare compiti agli altri. Io, però, credo che il concetto più importante sia quello della responsabilizzazione, che è molto diverso. Non si tratta semplicemente di trasferire ad altri il peso del proprio lavoro, ma di dare alle persone la responsabilità di agire, fiducia e l’opportunità di sbagliare, perché è proprio dagli errori che si impara moltissimo. L’importante è saper ripartire, imparare da ciò che non ha funzionato e continuare ad andare avanti senza fermarsi. È questo, secondo me, uno degli elementi fondamentali per riuscire a raggiungere il successo in questo tipo di business.

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7) Nel settore dell'hospitality e degli eventi, l'eccellenza dipende soprattutto dalle persone. Come si costruisce una squadra capace di mantenere standard altissimi e come si riesce a essere un leader autorevole senza perdere il rapporto umano con il proprio team?


È una questione di struttura. Puoi avere una struttura straordinaria, una location bellissima e prestigiosa, un prodotto eccellente e una strategia fantastica, ma se non hai un team capace di costruire e gestire tutto ciò che c’è dietro le quinte, non funzionerà mai.
Come dicevo prima, motivare le persone, responsabilizzarle e mostrare loro un percorso di crescita è fondamentale, soprattutto in America, dove è importante dare alle persone una prospettiva chiara e far vedere loro le opportunità che hanno davanti. Faccio un esempio: quando ho cominciato, quasi l’80% delle persone che lavorano ancora qui oggi era già al mio fianco, seppur in ruoli diversi. Nel tempo siamo cresciuti insieme, in modo del tutto naturale e organico. Ed è una cosa molto bella, perché abbiamo condiviso tutto il percorso fin dall’inizio: i primi giorni, i primi mesi e il primo anno, quando tutto era ancora complicato e nuovo e non esistevano istruzioni o modelli già definiti da seguire. Siamo riusciti, insieme, a costruire passo dopo passo questa bellissima realtà che oggi abbiamo qui a Manhattan. Una delle grandi differenze rispetto all’Italia è che qui ti trovi a lavorare con persone provenienti da venti, trenta o anche quaranta culture diverse. Devi saper adattare il tuo approccio, capire le diverse personalità e trovare il modo giusto di relazionarti con ciascuno. Non puoi trattare tutti allo stesso modo, perché ogni persona ha le proprie esperienze, la propria cultura e il proprio modo di vedere le cose. È bello anche confrontarsi ogni giorno con culture diverse, imparare dagli altri e arricchirsi attraverso queste differenze. New York è straordinaria anche per questo.

8) La tua storia richiama l'idea del sogno americano: partire da lontano e costruire qualcosa di importante attraverso il lavoro e l'ambizione. Secondo te, oggi New York offre ancora le stesse opportunità? E quale consiglio daresti a un giovane italiano che sogna di trasferirsi negli Stati Uniti per realizzarsi professionalmente?

Credo che New York continui a essere una delle città più straordinarie al mondo, con tantissime opportunità. Naturalmente, non è una città facile: il costo della vita è elevato, il mercato del lavoro è estremamente competitivo e le aspettative sono molto alte. È una combinazione di fattori che richiede determinazione, preparazione e capacità di adattamento. A un giovane italiano che vuole mettersi alla prova qui, darei innanzitutto tre consigli. Il primo è imparare bene l'inglese, il secondo è avere le idee chiare su ciò che si vuole fare: non bisogna venire qui semplicemente per provare, ma con un obiettivo preciso e la volontà di raggiungerlo. Il terzo consiglio è non aspettare il momento giusto. Se credi di avere una ragione valida per provarci, fallo.  Non bisogna pensare subito a dove si sarà tra dieci anni. Quando ho iniziato, per esempio, non immaginavo che sarei diventato presidente. Mi si è presentata un'opportunità e ho deciso di giocarmela con tutte le mie capacità e le mie energie. È questo il messaggio che cerco di trasmettere ai giovani: le opportunità esistono, ma bisogna saperle riconoscere e cogliere. Non bisogna concentrarsi subito sulla promozione, sul ruolo successivo o su una crescita troppo rapida. Serve pazienza, bisogna acquisire una conoscenza completa del proprio lavoro e sviluppare le competenze necessarie. A quel punto, le nuove opportunità possono arrivare in modo naturale, come risultato del percorso che si è costruito.


9)  Che consiglio daresti a chi ha iniziato un percorso simile al tuo, alla luce dell'esperienza che hai maturato? E guardando al futuro: qual è il prossimo traguardo che vuoi raggiungere, sia professionalmente sia personalmente?


Molto onestamente, non considero il ruolo di presidente un punto di arrivo. Al contrario, lo vedo come una nuova opportunità di crescita. Voglio continuare a crescere professionalmente, contribuire al successo dell'organizzazione e aiutarla a raggiungere nuovi obiettivi, assumendomi responsabilità sempre maggiori e continuando a trovare motivazione in ciò che facciamo ogni giorno. Un'altra cosa che mi piace molto è aiutare i giovani. Partecipo spesso a incontri nelle università di New York, tra cui la NYU e la Pace University, dove racconto la mia esperienza e il percorso che mi ha portato fin qui. La prossima settimana, per esempio, sarò in entrambe. Mi piace confrontarmi con gli studenti, soprattutto con quelli che vogliono intraprendere una carriera nell'hospitality, nel mondo degli eventi o nella ristorazione. Credo sia importante condividere storie vere, esperienze vissute e lezioni imparate sul campo, perché possono offrire ai giovani una prospettiva concreta su ciò che li aspetta. A volte, questi incontri si trasformano anche in opportunità professionali e in rapporti di lavoro. Ma la cosa più bella è poter trasmettere qualcosa della propria esperienza e magari aiutare qualcuno a trovare la propria strada. Dico sempre che uno degli aspetti più belli di essere qui è che New York può aprirti tantissime porte. Sta a te essere pronto a riconoscere le opportunità e avere il coraggio di attraversarle.

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