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Complimenti per la trasmissione

Lucci incontra Funari, un'occasione persa...

La cattiva resa dell'amarcord

5 Marzo 2019

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Lucci e Funari

La strana coppia

Gianfranco Funari, più che un pezzo di storia delle tv, è stato un sincretismo di populismi.

E’ stato Masaniello e Napoleone, Giannini dell’uomo Qualunque e Larry King, Conan il barbaro e Asterix, “non la pancia ma la panza del Paese, senza di lui oggi non esisterebbe Salvini e Di Maio…”, come dice Enrico Lucci nello speciale Lucci incontra Funari (Raidue, lunedì prime time e su Rai Play). Gianfranco aveva attraversato le viscere del Paese inventandosi interi generi: infotainment, people show, talk pop, e  l’intervista sdraiato sul talamo, in cui prendeva a craniate gl’intervistati. Aveva un mostruoso senso dei tempi televisivi e una capacità chirurgica di attizzare l’audience; ricordo che una volta, in un programma alla Telelombardia di Sandro Parenzo (a cui Funari rubò il motto “La tv è come la merda si fa ma non si guarda”, e Parenzo, a sua volta, l’aveva scippata a David Frost), mi tirò addosso una stampella gridando come un indemoniato. Nel “nero” si mise a ridere, e annunciò che l’indomani avremmo “fatto er botto d’ascolti”, cosa che puntualmente verificatasi. Lucci, suo figlioccio giornalistico, ha impostato tutta la commemorazione, su spezzoni, frasi, fotogrammi punteggiati da vip. Funari con Di Pietro, Nanni Moretti, Prodi, Occhetto, Vespa (inorridito dalla spiegazione funariana del sistema Tangentopoli). Funari con la moglie Morena, con gli sponsor, e contro i nemici di sempre da Costanzo a Fede. Tra l’altro Emilio Fede che qui inveisce contro Gianfranco da morto dà l’impressione di autentica piccineria.

Poteva, anzi doveva esser l’occasione per estrarre Funari dall’oblio, e invece, senza una sceneggiatura, come descrive Aldo Grasso, “lo si è consegnato all’effetto blob e alla macchietta”. Lucci poteva anche sentire chi l’aveva abbandonato dopo averne sfruttato la popolarità. I funerali di Gianfranco me li ricordo. C’era la gente, c’erano gli amici Cecchetto, Freccero, Giacobini. Ma non c’era un politico, a parte l’ex ministro Guidi in carrozzella. Non uno solo degli statisti che Funari contribuì a sdoganare davanti al pubblico. No Bossi, Fini, Berlusconi, Bertinotti, D’Alema, Casini; no i colonnelli no i capitani, neanche un caporalmaggiore. La politica che tanto l’aveva blandito, blindò il giornalaio d’Italia nella sua edicola di zinco. Si poteva usare la fiamma ossidrica, invece del piumino…

 

 

 
 
 

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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