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Da Al Baghdadi alla Siria, la strategia a più piani di Donald Trump

28 Ottobre 2019

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Da Al Baghdadi alla Siria, la strategia a più piani di Donald Trump

Nel pieno delle polemiche sulla sua decisione di ritirare i soldati USA dal nord della Siria, poi in realta’ corretta (“ne lasceremo alcune decine”) e poi corretta una seconda volta (“ne lasceremo un paio di centinaia, e ben dotati di carri armati, per difendere i pozzi di petrolio”), il presidente Trump ha preso tutti in contropiede. E ha scodellando per l’opinione pubblica interna e internazionale una breaking news di assoluto valore, sostanziale e mediatico.

Il fondatore dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi, e’ stato eliminato con una operazione delle Forze Speciali americane. “E’ stato un codardo, e’ morto come un cane”, ha detto Trump raccontando i dettagli della missione in un discorso alla nazione domenica mattina. Il terrorista, 48 anni, che ancora in aprile e in settembre di quest’anno si era fatto vivo con audio messaggi di incitamento ai militanti, era nascosto in un complesso di edifici nella provincia siriana di Idlib, insieme alle sue due mogli, ai quadri del suo stato maggiore con i loro familiari, e a 14 minori. Quando si e’ reso conto del raid in corso ha capito d’essere spacciato, s’e’ infilato in un tunnel senza uscita con tre bambini, forse figli suoi, e si e’ fatto saltare uccidendo pure loro e finendo sepolto dal crollo dei muri. Il riconoscimento e’ avvenuto sul posto, in 15 minuti, perche’ con le truppe d’assalto c’era un esperto della Scientifica con un campione del suo DNA. “Nessuno dei nostri e’ stato ferito nell’operazione lampo”, ha detto un Trump raggiante, che si gode la stessa gloria che fu di Obama quando diede l’ok alla intrusione dei navy seals nella sede segreta di Osama Bin Laden in Pakistan.

A denti stretti, i Democratici hanno ammesso che l’episodio e’ stato un successo e tutti hanno dato a Trump il credito di aver guidato passo passo l’operazione in segreto e di aver accettato i suoi gravi rischi. Infatti, per arrivare sul teatro di guerra, la flotta di elicotteri e velivoli USA ha dovuto sorvolare zone controllate da russi, turchi e siriani. “Senza dire quale fosse il preciso target e lo scopo del raid, li abbiamo tutti avvisati che stavamo venendo”, ha raccontato Trump. “Anche loro odiano l’ISIS come li odiamo noi”, ha aggiunto.

Il successo della missione sembra avvalorare la dottrina sul  Medio Oriente di Trump, che si muove su diversi piani e con diversi obiettivi. La sua prima preoccupazione era, ed e’ ancora, la lotta contro i terroristi dell’ISIS e delle altre organizzazioni islamiste. Non si puo’ negare che Donald promise in campagna elettorale di stroncare il Califfato, che era diventato grande come la Francia per due cause. La prima era stata la sottovalutazione di Obama nel giudicare il pericolo ISIS: la sua frase che definiva l’organizzazione, ancora agli inizi ma gia’ efficace per le sue conquiste territoriali e spregevole con le sue decapitazioni in TV, una “squadretta da liceo rispetto allo squadrone universitario di Al Qaeda”, restera’ negli annali delle gaffe militari, anche se gli storici suoi amici cercheranno di dimenticarla. La seconda causa era stata la rete di regole d’ingaggio paralizzanti in cui era imbrigliato l’esercito USA sotto Barack: appena in sella, Trump diede un solo ordine: fate quel che si deve fare per distruggere l’ISIS, e cosi’ fu. Sette mesi fa e’ caduto l’ultimo lembo di terra in mano all’ISIS, e il suo fondatore non aveva davanti altro che il destino che ha trovato.

Ora, pero’, ogni trionfalismo che sostenesse che la eliminazione di al-Baghdadi equivale alla fine dell’ISIS sarebbe un suicidio. Nessuno tra i comandanti e gli uomini di intelligence di Trump lo pensa, per fortuna, anche se i liberal e i Never Trump, nei loro commenti, parlano solo del rischio futuro della rinascita dell’ISIS sotto un altro leader per sminuire l’importanza della vittoria di sabato notte. Come se i generali di Trump, dopo Bin Laden, non avessero proseguito nella sistematica guerra ai quadri terroristi in formazione della residua Al Qaeda: non a caso il presidente Trump, nella conferenza stampa di ieri su al-Baghdadi, ha ricordato pure la eliminazione, 45 giorni fa, del figlio ed erede ideologico di Osama, Hamza.

La seconda preoccupazione di Trump, collegata al pericolo terrorista, e’ la difesa, armata, dei pozzi di petrolio nell’area contestata. Li protegge e non li lascia agli altri (allusione ai terroristi ma anche ai turchi, ai russi, agli iraniani, ai siriani eccetera…), ha detto Donald, per due motivi. Il primo e’  che i pozzi sono un mezzo di sostentamento dei curdi e non devono di sicuro essere distrutti o sfruttati dall’ISIS o da altri terroristi. Il secondo motivo e’ che, dopo tutti i militari USA morti in zona e i miliardi spesi, e’ giusto che l’America abbia la sua parte nel loro futuro sfruttamento. E in proposito Trump ha citato le discriminazioni avvenute contro aziende USA (come Exxon Mobil ) nei contratti delle concessioni.

Su tutto il resto, Trump teorizza invece l’isolazionismo strategico. “Sono migliaia, centinaia d’anni che si fanno la guerra tra loro in Medio Oriente, ma noi non abbiamo interesse a metterci di mezzo, siamo distanti 7000 miglia”, ha detto e ripetuto. L’analisi di Trump sulle ragioni del “chiamarsi fuori” riecheggia i tentativi di Obama di andarsene da quel teatro. Ma quando lo fece, mollando l’Iraq al suo destino, rinacque Al Qaeda, e poi da una sua costola l’ISIS. E’ vero che gli elettori americani sono stanchi di avere i marines, dopo l’11 settembre 2001, nei posti piu’ caldi e sanguinosi del mondo islamico, dall’Afghanistan al Medio Oriente. Ma se Trump fosse a favore dell’isolazionismo assoluto americano, perche’ non chiudere le basi USA ovunque, dalle Filippine al Veneto e alla Sicilia, dal Giappone alla Spagna, dalla Corea del Sud alla Germania? Perche’ non lo puo’ fare, e pure lui lo sa bene. L’ eccezionalismo americano (che Obama negava: “Gli americani pensano che l’America sia eccezionale come i greci pensano che sia eccezionale la Grecia”) non e’ fatto solo di forza economica e militare, perseguita e ottenuta da sforzi e impegni solo domestici. Ci sono anche il prestigio e la leadership, i commerci e le alleanze, e da qui le responsabilita’ da nazione guida. Tutto e’ correlato e intrecciato: e districarsi, tentando di sottrarsi a quel ruolo, e’ irrealistico. Ma Trump non sarebbe Trump se non tentasse l’impossibile.

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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