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Coronavirus, "l'idea imbecille" del governo: lasciare l'economia congelata in attesa che passi l'onda

Iuri Maria Prado
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L'impreparazione del governo davanti alla prevedibilissima seconda ondata infettiva è dovuta principalmente a questo: al fatto che da mesi ha l'unica preoccupazione di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e le pensioni. Che non è una preoccupazione insensata, nel senso che bisogna pur pagarli, ma diventa distruttiva quando pretende di trattare il sistema economico che li paga come una cosa acquisita che si accende e si spegne in base alle curve del contagio. L'idea imbecille secondo cui il problema del governo sarebbe di tutelare "innanzitutto" la salute anziché le condizioni del sistema economico e produttivo, che sono esattamente quelle che permettono di tutelare meglio anche la salute fisica e psicologica dei cittadini, è il segno distintivo di un'azione pubblica che ormai quasi da un anno si svolge su quel presupposto sbagliato: lasciare l'economia così com' è e congelarla nell'attesa che passi l'onda, come se non si trattasse invece di lavorare per allenarla alla sopravvivenza nel nuovo scenario.

 

 

Ti preoccupi delle tasse che servono a mantenere il Paese, perlopiù quello improduttivo, e concedi qualche insignificante dilazione: ma non ti passa per la testa di abbassarle. Ti preoccupi dei licenziamenti e dunque li vieti: ma figurarsi se immagini di incentivare le assunzioni cambiando qualcosa nel sistema che fa dell'imprenditore un'agenzia pubblica che passa metà del tempo a riempire moduli e a far versamenti anziché a dar fuori prodotti e servizi buoni per il circuito economico. Ti tiri a lucido sul ponte sottratto alle grinfie dell'individualismo che l'ha fatto crollare, ma seppellisci sotto i bollettini dei contagi la notizia dei crolli dei ponti di Stato e a quello, allo Stato, prometti di affidare la viabilità del modello italiano. Ti godi il consenso venezuelano garantito dalla stampa più conformista d'Europa perché (maggio) «il peggio è passato», ma non dici, come dovresti, su le maniche e adesso al lavoro, vedete di recuperare il tempo perduto e io vi assicuro che vi tolgo tasse e scartoffie: dici invece che dopo tre mesi di divano è l'ora dell'ombrellone e ammassi venti milioni di italiani sulle spiagge a suon di bonus, portati dalla compagnia aerea cui hai regalato tre miliardi di cui nemmeno un centesimo è servito per l'unica cosa che semmai serviva e cioè tenere in sicurezza i voli.

 

 

Nel frattempo non fai un ca**o per acquisire le miliardate europee, e non lo fai per la stessa ragione inconfessata: perché tu dall'Europa vorresti quei soldi per fare quell'altra cosa, appunto pagare stipendi pubblici e pensioni, ma l'idea di guadagnarteli mettendo a posto l'economia produttiva e il sistema del lavoro è per te come l'aglio per il vampiro. Perché questa è la verità sottesa al luogo comune secondo cui l'Italia «non sa spendere» i fondi: non è che non sa spenderli, è che l'unico modo che conosce per spenderli è destinarli all'alimentazione dell'inefficienza pubblica. In Europa andiamo a dire che «a noi ci ha rovinato er Covid», e semplicemente non è vero perché l'epidemia ha virulentato le cause di un'infezione risalente e ben più grave: quella che mantiene la spesa pubblica a livelli difficili da sostenere già in tempi normali, e che va in cancrena se pretendi di curala con le mascherine peraltro tardive

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