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Roberto Cota contro Giuseppe Conte: "Si crede onnipotente, giusto impugnare il suo dpcm"

Roberto Cota
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Conte probabilmente pensa di essere politicamente onnipotente. Un giurista come lui, però, dovrebbe avere qualche attenzione in più circa i limiti dei Dpcm, anche in un contesto emergenziale. La possibilità di ricorrere al Tar contro l'ultimo decreto non è peregrina: l'azione della PA non può essere caratterizzata dalla discrezionalità più assoluta. Esistono parametri, principi, da rispettare. E interessi in gioco da bilanciare.

 

Gli esempi di incongruenze del decreto potrebbero essere diversi, ne cito tre: a) Ristoranti. La chiusura alle 18 non ha senso, posto che i ristoratori hanno già adottato le regole sul distanziamento. Il rischio di infettarsi non aumenta dopo le 18. L'attività poteva essere consentita fino alle 23. Chiudere alle 18 vuol dire morire; b) Palestre e piscine. Se si rispetta il distanziamento la chiusura non appare sorretta da una valida ragione. Si realizza una pesante compressione di diritti che hanno profili importanti anche dal punto di vista della salute. Pensiamo ai ragazzi che dopo il lockdown devono ancora rinunciare allo sport; c)

La chiusura totale delle sale giochi. Viste come il diavolo, esistevano già prescrizioni molto rigide su distanziamento e accessi: la scelta di chiusura è ideologica, un pretesto, per chiudere un'attività impopolare. L'unico modo per ottenere giustizia è quello di rivolgersi ai giudici amministrativi e il vizio dell'eccesso di potere, causa di annullamento degli atti, sembra proprio essere quello che affligge il Dpcm.

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