(Adnkronos) - Gli operai stagionali stranieri venivano impiegati nei campi di raccolta a condizioni pesanti, tali da rasentare i limiti della sopportazione psico-fisica, e remunerati con paghe misere. L'inchiesta ha accertato il collegamento tra i reclutatori che operano all'estero e quelli che ricevono gli operai per destinarli al lavoro in fondi di proprieta' di italiani. Spesso i migranti venivano collocati, e in qualche modo bloccati, in campi lontani diversi chilometri dai centri abitati. Non solo: erano costretti anche a pagare alcuni oneri come le spese di intermediazione, di alloggio e di vitto, di trasporto verso i campi che facevano esaurire presto i loro esigui fondi. A cio' si aggiungeva il mancato o ritardato pagamento della retribuzione, corrisposta, quando cio' avveniva, in misura decisamente inferiore a quella promessa, una circostanza che rendeva di fatto impossibile il ritorno in patria. Anche la sistemazione in alloggi fatiscenti non era casuale ed improvvisata dagli stessi lavoratori, ma in realta' era gestita direttamente da datori di lavoro e caporali. Gli orari di lavoro si prolungavano fino a 10-12 ore al giorno. Su queste prestazioni lucravano i 'caporali o capi cellula' ed i 'capi squadra-autisti', loro sottoposti, che ricevevano sempre la differenza sulla retribuzione oraria, versata dal datore di lavoro italiano complice dei primi e corrisposta in misura inferiore. Ad alcuni immigrati venivano prospettate migliori condizioni di vita, e cioe' veniva promesso che sarebbero passati da operai a 'trasportatore o sorvegliante nei campi'. I datori di lavoro, con la complicita' dei caporali avrebbero messo in atto pratiche scorrette di pagamento del salario, riduzioni ingiustificate, falsi contratti, assunzioni irregolari e simili, che garantiscono profitti rilevanti, parallelamente ad evasione fiscale e mancati pagamenti di contributi.



