Con i se e con i ma, la storia non si fa, recita un diffuso adagio popolare sulla cui irrefutabilità avrebbero concordato un Benedetto Croce o un Peppino Garibaldi, tanto per dirne un paio. Eppure, il medievista Franco Cardini assicura che per esercitare la professione di storico il dubbio, la risoluzione possibile ma non realizzata, la ricerca di quanto non è accaduto ma avrebbe potuto accadere, costituiscono strumenti necessari alla conoscenza dei fatti. Insomma, con i se ei ma la storia si può fare eccome. Il ragionamento di Cardini potrebbe, a buon diritto, sovrapporsi alla logica controfattuale di cui si nutre il preziosissimo saggio del biblista Israel Knohl, La disputa messianica. Farisei, sadducei e la morte di Gesú (Adelphi, 218 pagine, 22 euro).
La tesi di fondo decisamente dirompente di Knohl è che «il processo a Gesù fu un incidente della storia», dovuto alla componente del Sinedrio. Secondo il grande biblista «se i giudici di Gesù fossero stati i Farisei anziché i Sadducei (i due principali gruppi religiosi e politici ebraici al tempo del Nazareno ndr), Cristo non sarebbe stato né condannato a morte né Crocifisso. E su quale ragionamento storico-teologico Knohl incardina questa sua ipotesi?
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«Non vedo alcuna ombra di autoritarismo nella riforma, né di aggressione alla Costituzione», piuttost...Vi arriva dopo una dettagliata ricostruzione della controversia interna all'ebraismo sulla venuta del Messia. Knohl ricostruisce lo sviluppo millenario di due correnti contrapposte del pensiero biblico, quella messianica e quell'anti-messianica, destinata a collidere drammaticamente nel processo a Gesù. Si tratta di due convincimenti l'uno quanto di più antitetico all'altro: i Farisei credevano alla venuta di una «figura eccelsa» in grado di restaurare «la grandezza della Casa di Davide» e, pur non riconoscendo in Gesù quella figura, sposano una proposizione filo messianica.
L'idea stessa di messianismo risulta, al contrario, blasfema per i Sadducei, che ne rigettano le ragioni ultime, dalla resurrezione dei morti ai concetti di premio e castigo. La disputa affonda le proprie ragioni nelle diverse posizioni dei profeti Osea e Isaia (ottavo secolo avanti Cristo). A parere del primo, il rapporto fra Dio e Israele era diretto, non c'era posto per nessuna figura di mediazione, né sotto forma di un Messia, né di quella di un liberatore. Non solo: non era neanche lontanamente ipotizzabile che Dio potesse avere un figlio, sceso addirittura sulla terra per salvare l'umanità dal peccato e dalla morte, offrendo vita eterna a chi crede, attraverso il suo sacrificio e la sua resurrezione.
Una visione monarchico-messianica anima, al contrario, l'ideologia di Isaia: la venuta di un Re-Messia, salvatore della stessa sostanza del Padre-Dio, era molto di più di una suggestione escatologico-salvifica. Alfa e omega di questa radicalità dottrinaria, la distanza incolmabile tra il divino e l'umano, a sua volta riconducibile a un'interpretazione severa della Torah. È da aggiungere che tale diatriba si palesò, assai più prosaicamente, anche come il risultato di una vera e propria crisi di identità collettiva maturata in una terra allora tormentata da dominazioni straniere e complicate ibridazioni politiche e religiose talmente invasive da aprire lo spazio a un'attesa disperata, immaginifica e disillusa. Tornando alla storia, è il caso di ricordare che ai tempi del ministero di Gesù a Gerusalemme, a controllare quel Sinedrio che consegnerà il Nazareno al boia, fossero i Sadducei, setta minoritaria ma potentissima.
Sentire un predicatore dichiararsi Figlio di Dio, Re e redentore, suonava alle loro orecchie come una bestemmia o una blasfemia. E tutto ciò malgrado il messaggio di Cristo fosse in linea con le attese non solo dei Farisei ma dalla stragrande maggioranza del popolo ebraico. La conclusione dell'autore è che la condanna a morte di Gesù sentenziata dai Sadducei fu il risultato di una tragica circostanza storica e in un certo senso persino illegale. Ma l'implicazione più dirompente delle argomentazioni esibite da Israel Knohl investe, soprattutto, la bimillenaria accusa di “deicidio” di cui si sarebbe macchiato il popolo ebraico, come vuole il pregiudizio a lungo impresso quale marchio indelebile su un'intera comunità. Nel rimarcare come la decisione sulla sorte di Gesù spettasse proprio ai Sadducei, Knohl smantella con la sua avvincente narrazione una serie di stereotipi e pregiudizi consolidati, dimostrando come le radici teologiche del processo a Gesù siano da ricercarsi in un conflitto interno al giudaismo e non tra giudaismo e (proto)cristianesimo. I Sadducei, sia detto di passata, scomparvero con la distruzione del Secondo Tempio, nel 70 dC.




