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Pro-Pal e pro-Mad, la strana malattia di chi nega se stesso

Come è possibile rinnegare la propria cultura per difendere quella altrui, soprattutto se ci guarda nel migliore dei casi con sospetto?
di Claudia Gualdanamartedì 13 gennaio 2026
Pro-Pal e pro-Mad, la strana malattia di chi nega se stesso

3' di lettura

Sulla Treccani non c’è e ci auguriamo che sia una svista. Oicofobia è infatti un neologismo del conservatore Roger Scruton, che lo ha coniato nel 2004. Sono già passati ventidue anni, più che una svista sembrerebbe un goffo tentativo di ignorare la verità. Che per il pensatore britannico è questa: chi soffre di oicofobia manifesta «avversione per la propria casa e il proprio retaggio». La parola greca oikos significa appunto casa e si allude con questo alla nazione di appartenenza, e se Scruton puntava la lente sul Regno Unito, ce n’è per tutti gli occidentali, come testimoniano ogni giorno i quotidiani e le più svariate dichiarazioni di una certa nomenklatura politica. Ma procediamo per ordine. L’inglese spiega che l’oicofobia è l’opposto della xenofobia e consiste nel ripudio dell’idea stessa di nazione. A chi scrive è accaduto di sentire connazionali proclamare che il popolo italiano non esiste perché abbiamo subito le invasioni barbariche e ogni volta ha provato un senso di smarrimento, per l’aggressione negazionista verso la straordinaria cultura materiale e immateriale che abbiamo saputo creare nei secoli. Per paradosso, gli oicofobici di solito sono lesti a manifestare per i supposti diritti di altri popoli, che in genere di invasioni ne hanno avute anche di più. Prendiamo i proPal, che agitano orgogliosi la bandiera di una nazione straniera, che peraltro al momento non esiste, gridando convinti «Palestina libera dal fiume al mare». Non è forse questa una rivendicazione etnica in piena regola?

Insomma: la Palestina ai palestinesi, sebbene lì ci siano gli israeliani e gli arabi, e in ordine inversamente cronologico si siano avvicendati turchi, romani, greci. Però loro sono un popolo, quello dei manifestanti nostrani, sempre pronti a menar le mani per conto terzi, invece no. Valli a capire. Scruton invece li aveva capiti eccome. Perciò aveva ripreso la convinzione di Orwell sull’odio per se stessi, cui gli intellettuali di sinistra «sono particolarmente soggetti, e ciò li ha spesso resi agenti consapevoli di potenze straniere». Il conservatore puntava il dito contro le spie di Cambridge, noi più modestamente possiamo additare gli utili idioti di Maduro e di Hannoun. Quando Sartre e Foucault se la prendono col buon borghese di Francia che al mattino presto va in ufficio con la ventiquattrore e torna a casa un po’ triste in tram, ma poi incensano le sorti magnifiche e progressive della rivoluzione iraniana, che mostra – e non da oggi, intendiamoci – il suo volto feroce al mondo intero, nel silenzio imbarazzato di quanti culturalmente proprio a questa filosofia si ispirano, abbiamo la quadratura del cerchio.

Poi, a cascata, è venuto tutto quanto il resto. La cancel culture, il movimento wokista, l’odio per i bianchi, la statua di Cristoforo Colombo rimossa – e ringraziamo Trump di averla rimessa al suo posto – la colpevolizzazione del patriarcato bianco, segnatamente cattolico, qui da noi in Italia, tacendo omertosi quello islamico, con cui ci si allea nella più beata incoscienza, risulta tutto chiaro. E che dire della scuola, casi di penetrazione islamica inclusi? Aprendo un qualsiasi manuale di storia troviamo decine di pagine sull’impero Moghul, le civiltà precolombiane, quello cinese: è bello ampliare lo sguardo, ci mancherebbe altro, ma nella nostra nazione c’è da insegnare un’epopea che parte da Romolo e Remo e guardare lontano ci allontana, appunto, dal vicino, che è poi esattamente quello che vogliono. È una resa che non possiamo e non vogliamo accettare.