Libero logo

Route 66, quei 3.940 km lastricati del mito americano

Nel 1926 nasceva l'autostrada più celebre del mondo, una lingua d'asfalto che incarna l'idea del superamento delle frontiere e della libertà
di Giordano Tedoldimartedì 13 gennaio 2026
Route 66, quei 3.940 km lastricati del mito americano

4' di lettura

Cent’anni fa, per la precisione l’undici novembre 1926, veniva approvato il piano definitivo dell’autostrada più celebre del mondo, la Route 66. Sull’impianto di strade preesistenti si cominciò ad asfaltare il tracciato che avrebbe unito alcuni stati orientali e la costa occidentale degli Stati Uniti, da Chicago a Los Angeles.

Chiamata anche la Main Street d’America, o, come scrive Steinbeck nel suo romanzo Furore pubblicato nel 1939, solo un anno dopo il completamento dell’intero progetto, The mother road, la Strada madre, la Route 66 – che ha un numero pari perché corre in orizzontale, i dispari erano per le autostrade che tagliavano in verticale gli States – con le sue 2500 miglia (circa 4mila km) è diventata, fino alla sua dismissione nel 1985 e oltre, uno dei più sfruttati ed esportati miti americani. Anche chi non ha mai messo piede negli Usa c’è stato, per averne letto in un libro, per avere visto un film o una fotografia.

Nata con intenti prettamente commerciali, nel giro di un ventennio già incarnava piuttosto l’idea del superamento delle frontiere (non solo statali), della sprovincializzazione e della libertà. E a favorire il suo mito c’è anche il fatto che, come animata di vita propria, la Route 66 cominciò a popolarsi di quegli “iperoggetti” puramente americani, nati per servire il crescente flusso di automobilisti, senza soluzione di continuità tra giorno e notte: diners, drive-in, motel, fast-food, stazioni di servizio e gli sgargianti cartelloni pubblicitari sul margine della carreggiata. 

E, con loro, il proliferare di tutta un’umanità caratteristica e immediatamente leggendaria: dagli emigranti delle origini, negli anni ’30, quelli descritti per l’appunto da Steinbeck, che durante la Grande Depressione cercavano fortuna in California, ai commessi viaggiatori in camicia bianca a maniche corte, valigetta e rasatura perfetta, con le loro indistruttibili automobili che macinavano non meno chilometri di quelli di Humbert Humbert, il professore dellaLolita di Nabokov, nella sua rocambolesca e umiliante fuga da uno stato all’altro con la sua ninfetta, alla ricerca di un nido d’amore che non troverà mai.

MOTEL E DRIVE-IN
Se guardiamo gli stupendi scatti realizzati da Stephen Shore negli anni Settanta, troviamo fissata per sempre la poesia dei motel, delle banche, dei drive-in e delle lavanderie a gettone che il grande fotografo americano ha battezzato “Uncommon places”, luoghi insoliti. Un paradosso, perché si trattava di comuni esercizi commerciali che, tuttavia, piazzati sulla Route 66, assumevano un’aura inconfondibile, sospesa nel tempo – quasi paesaggi marziani.

CINEMA E MUSICA
Inevitabile che questo incredibile set abbia stregato il cinema, che, si può dire, della celebre autostrada e delle sue atmosfere ancora vive, anche quando, per esigenze sceniche, non è stato esattamente ambientato lì. Per una ricostruzione filologica, Easy Rider (1969) di Dennis Hopper è stato effettivamente girato (anche) sulla Route 66, specialmente laddove attraversa Arizona e New Mexico.

Anche la prodigiosa corsa diForrest Gump toccavari punti miliari della Route 66 ma perlopiù Hollywood ha carpito la quintessenza del viaggio sulla Route 66 per adattarla alla inquieta fuga della protagonista di Psyco di Hitchcock, che finisce nel motel più letale del mondo, il Bates Motel, come alle scorribande di Thelma & Louise, o alle destabilizzanti sovrapposizioni di realtà e delirio in Lost Highway di David Lynch, o, ancora, al viaggio, nel senso di trip psichedelico, di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, con il suo frenetico montaggio, come al finestrino di un’auto lanciata a 200 all’ora, di icone e simboli dell’opulenza americana, fino all’anarchica esplosione della villa, viceversa al rallentatore, nel finale, sulle grida acide e le chitarre distorte di Careful with that axe, Eugene dei Pink Floyd.

Come abbiamo detto, non ha importanza che le sequenze più memorabili di questi film non siano state propriamente girate sulla Route 66: senza di lei, quelle pellicole non sarebbero state nemmeno pensabili. In letteratura basterebbe citare uno dei testi sacri della Beat generation, Sulla strada di Jack Kerouac, uscito nel 1951. Anche più di Steinbeck, è questo il vero inno alla Route 66, nel racconto autobiografico dei viaggi dell’autore, in autostop, con il compare di vagabondaggi Neal Cassady.

E c’è l’omonima canzone di Bobby Troup, nota soprattutto nelle versioni di Nat King Cole e di Chuck Berry, che invita a “get your kicks (on Route 66)” che alla lettera si traduce “divertirsi, eccitarsi sulla Route 66” ma in realtà incita a “trovare se stessi” sulla mitica autostrada.

Perfino in certe strisce dei Peanuts appare Spike, il fratello eremita di Snoopy, tra i cactus del deserto di Needles, dove la Route 66 dall’Arizona entra in California. Ufficialmente dismessa da quarant’anni, soppiantata da nuovi e più moderni collegamenti e dalle autostrade della Rete, il mito della Route 66 resiste con i suoi musei, i suoi tratti fantasma che riecheggiano la libertà, tramontata come tante avventure del Novecento, di mettersi in macchina e dare gas.