Nel 1526, il sultanato di Delhi crollò sotto l’avanzata di un condottiero che veniva da Kabul, Zahir al-Din Muhammad Babur. Babur, fondatore dell’impero Moghul, era nato in Uzbekistan e secondo la leggenda discendeva da Gengis Khan e da Tamerlano il grande. Mentre si inoltrava nella vastissima pianura gangetica teneva un diario di quella fertile regione formata dai bacini dei fiumi Indo, Gange e Brahmaputra, così diversa dalla sua. Annotava la presenza di «coccodrilli mangiauomini», «maiali d’acqua» (probabilmente delfini di fiume) e rane «capaci di correre per cinque o sei metri sulla superficie dell’acqua». Ma il paesaggio indiano, «spento e uniforme», non lo affascinava. Per i Moghul, un giardino doveva restituire l’immagine del paradiso. Il persiano antico “pairidaeza” significa appunto «giardino cinto da mura». E come il giardino paradisiaco, doveva essere attraversato da quattro corsi d’acqua. Così, mentre procedeva, pregando e assumendo droghe, ogni volta che s’imbatteva in una sorgente o in un incrocio strategico di fiumi, Babur ordinava la costruzione di un charburgh: un giardino diviso in quattro sezioni e recintato da mura.
È una delle tante storie che affollano I 7 fiumi che raccontano il mondo di Vanessa Taylor (Garzanti, 456 pag., 20 euro). I magnifici sette sono il Nilo, il Danubio, il Gange, il Tamigi, il Mississippi, il Niger e lo Yangtze. Il Tamigi sembra incluso per patriottismo e l’autrice stessa, collaboratrice della Bbc e storica dell’ambiente all’università di Greenwich, confessa che il fiume di Londra fa la figura di «un pesciolino in mezzo a delfini e balene». Tra questi ultimi, la balenottera azzurra è il Nilo, il corso d’acqua più lungo del mondo (benché, a seconda delle misurazioni, il primato gli sia conteso dal Rio delle Amazzoni).
Gli antichi egizi già in epoca dinastica (3000 a.C.) lo chiamavano “iteru”, che significa semplicemente “fiume”. Il suo dio principale, che dimorava in una grotta al confine con il Kush (ovvero la Nubia, odierno Sudan) era Hapi, «il dio androgino della piena, con il ventre prominente e i seni flaccidi, i fiori di loto e i papiri che stillavano acqua». La grotta di Hapi era una sorgente simbolica che segnava il tratto “più significativo” del Nilo per la vita degli Egizi, ma si sapeva che il fiume scorreva ancora più a sud. La vegetazione nilotica offriva sia i simboli dell’Alto Egitto, il fiore di loto, sia del Basso, il papiro. Chi dominava l’intero corso del Nilo da sud a nord deteneva il potere supremo e poteva indossare lo pschent, la doppia corona bianca e rossa: «Meritare davvero la doppia corona significava mantenere il controllo e l’autorità su tutto quel lungo regno fluviale». Mostrava, in altre parole, di essere un vero uomo dio, capace di controllare il corso della natura. Un simbolismo che Taylor evidenzia anche per gli altri fiumi di altre epoche e continenti, dove all’opera umana per deviare, arginare, incanalare le acque, e che spesso è costata centinaia di migliaia di morti tra contadini e schiavi costretti a lavorare a ritmi intollerabili, il potere ha sempre associato un significato simbolico, patriottico e religioso, per cui il fiume coincide con lo spirito del luogo, e chi lo sottomette (o lo rende propizio) avrà sempre la vittoria contro i nemici.
La piena annuale del Nilo, che garantiva raccolti costanti (e l’introito delle tasse sui raccolti) e che veniva annunciata dai sacerdoti che controllavano i nilometri, è un evento che richiama il momento in cui, millenni dopo, il piroscafo a vapore “New Orleans” imboccò il Mississippi e giunse al porto di New Orleans nel gennaio del 1812. «Da allora», scrive Taylor, «i battelli a vapore sarebbero diventati veri e propri motori dell’economia, al pari della sgranatrice di cotone e del lavoro degli schiavi, alimentando le fornaci con il legname delle foreste dell’American Bottom. Ma anche loro avevano bisogno di manodopera: prima della guerra civile, si stima che, tra uomini liberi e schiavi, fossero impegnati a bordo circa ventimila lavoratori neri». Come sulle sponde del Nido, potere e servitù, prosperità e miseria si intrecciavano sulle rive del Mississippi, che segnò anche il confine naturale tra gli stati schiavisti e quelli liberi. Per molti africani deportati nelle piantagioni di cotone, lo specchio d’acqua del Mississippi era la soglia di un “pairidaeza”come quelli creati da Babur.
L'antiquariato non è più una riserva indiana
Busti di generali e senatori romani accanto a cupe e tempestose marine del Seicento; nature morte e severe nobildonne si...Un’altra curiosa analogia: i lavori sul bacino del Mississippi devastarono migliaia di tumuli: erano le sepolture di una civiltà indigena, i Mississippiani, fiorita intorno al Mille. Alcuni di questi tumuli, per dimensioni e raffinatezza, non avevano nulla da invidiare alle piramidi: «Il più grande, il Monk’s Mound, si stima fosse alto trenta metri, con una base che copriva sei ettari (più vasta di quella della Grande Piramide di Giza, benché l’altezza fosse inferiore)». Il Danubio, invece, che attraversava da ovest a est l’Europa settentrionale, saldandosi poi con il Reno, fornì ai Romani la perfetta barriera naturale per il “limes”, il confine settentrionale fortificato dell’impero, oltre il quale premevano i barbari, i popoli che non parlavano latino e la cui cultura era prevalentemente orale, che infine riuscirono a varcarlo. Mentre il Gange era, ed è, il fiume mistico, dalle acque sacre, e il Niger il simbolo dello sfruttamento spietato delle risorse ma anche uno spettacolo meraviglioso di biodiversità.




