Libero logo

Massimo Maggiari, il western "delle vette" contro il nichilismo

C'è chi ha definito l'opera come "un racconto di geografia dell’anima e del sacro, dove l’avventura di frontiera si fonde con il misticismo alpino"
di Bruna Magigiovedì 5 marzo 2026
Massimo Maggiari, il western "delle vette" contro il nichilismo

3' di lettura

Viaggerete oltre la fortezza di Dino Buzzati. Con un movimento a rovescio. Non rimarrete chiusi tra le mura ad attendere l’arrivo dei tartari, ma andrete loro incontro, per combatterli, in un lungo viaggio avventuroso che affronta le Alpi austriache, ma nell’immaginario riporta anche ai sentieri selvaggi della dimensione western di Tex Willer, detto Aquila della Notte dagli amici pellerossa, l’immortale eroe di Sergio Bonelli, che combatteva ovunque il male, nei contesti più incredibili, perché anche lui aveva affrontato il Grande Nord, in Canada, non solo le vaste pianure dell’Ovest, per aiutare l’amico fraterno delle Giubbe Rossse, Jim Brandon, colonnello della polizia a cavallo. Voglia di cavalcare a pelo, come da ragazzi, quando si faceva equitazione.

Potrete rivivere quelle emozioni, immergendovi nel sapore dell’avventura magica, con un libro di Massimo Maggiari, poeta, scrittore, studioso, nato a Genova, attualmente residente a Charleston, nella Carolina del Sud, dove è stato docente di italiano. Titolo Nello spirito dell’Orsa maggiore (Il Ciliegio editore, pag.288, euro 17), c’è chi lo ha definito un western delle vette, «un racconto di geografia dell’anima e del sacro, dove l’avventura di frontiera si fonde con il misticismo alpino».

L'Occidente e il fascino eterno della frontiera

È sempre un punto in cui la mappa finisce. Una linea di polvere che separa il noto dall’ignoto, l’ord...

Orsi, sciamani, streghe, creature emblematiche interagiscono fra loro alla fine del 18esimo secolo, sotto l’aura immensa della più grande sovrana dell’impero, Maria Teresa d’Austria, colei che ci dominò nel Lombardo Veneto, ma alla quale Milano deve la prima illuminazione pubblica, la Scala e persino la Madonnina. La vicenda inizia con il ritrovamento del corpo dell’attendente Steiner, congelato in un crepaccio della Croda del lago, vicino a lui c’è una sacca postale contenente un messaggio enigmatico. «Il mio artiglio è sacro. Le cose del mondo sono sacre». Il compito di scoprirne la ragione viene affidato al tenente Joseph Castelrut, che in compagnia del sergente Dorives e dell’enigmatico frate Ginepro si avvia verso le vette. C’è un’origine a tutto questo nella vita familiare, il padre di Castelrut aveva partecipato all’assedio di Vindobona nel 1683, eroici i tirolesi, quando gli uomini del Gran Visir brillavano mine ai bastioni, mentre gli «artiglieri incattiviti lanciavano le teste decapitate dei prigionieri e dei giovanissimi tamburini catturati, mirando al campanile di una chiesa bene in vista». Un benedettino vestito di bianco, sembrava un angelo, andava in giro a raccogliere in un cesto quei poveri orrendi resti.

Islamici contro cristiani, come sempre, accade da allora, sino ai talebani e oltre. Castelrut dovrà svelare anche il destino di Assur, una donna misteriosa che arrivava dall’Oriente in compagnia di un bambino, insidiata dalle forze oscure, capace di andare in trance al rullo di un tamburo, con il canto scatena eventi prodigiosi, e sa anche trasformarsi in un orso dagli artigli devastanti. Lungo le pagine, Castelrut passa dalla rigidità del protocollo militare alla connessione spirituale con la montagna che smette di essere scenario per farsi personaggio. Le vette asburgiche si fondono con i ricordi infantili dell’autore, le Alpi Liguri , che iniziano al passo di Cadibona, appena alle spalle di Savona. Joseph Castelrut inizia a narrare proprio dal coraggio di suo padre, «che con un drappello di esploratori tirolesi aveva superato i falò di guardia... avanzando nel campo nemico. Dilagavano gli uomini della croce, giù verso il campo con voci terribili».

Niccolò Ammaniti, la linea invisibile che divide l'innocenza dall'età delle ombre

Nei romanzi di Niccolò Ammaniti, c’è un momento preciso in cui l’infanzia smette di essere rip...

Tutto questo lo ritrovate nelle battute finali, quando chi racconta confessa di aver trovato dietro la trave di un muro maestro in cantina il diario scritto da suo padre. Dopo anni che era passato nel regno del Sacro Cammino, e non gli aveva mai rivelato queste vicende delle terre alte. Forse aveva taciuto per non compromettere il frate e la donna misteriosa. Ma i finali in chiave di thriller non si anticipano. Alcuni raccontano che ci fossero i diavoli, lassù, ma dovevano essere di buona indole perché ogni tanto curavano i sofferenti e bloccavano le avversità... Carestie, siccità, epidemie, vendette. Quando le disgrazie colpivano, la gente dell’alpeggio guardava in alto e molti sparivano per portare uno zaino pieno di cibarie e doni a quei poveretti. E ora capiva meglio quello che il padre gli aveva sempre insegnato, cioè che non bisogna escludere nulla e nessuno dalla nostra vita.

Gabriele D'Annunzio, le lussureggianti stagioni poetiche del vate

Credo che il nonno Alberto, il mio bisnonno, considerasse suo dovere civico educare le generazioni future alla bellezza ...