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Paul Murray, lo sfacelo dietro la bulimia di vita (e ciambelle)

Il nuovo romanzo di Murray fotografa il caos sociale e culturale che colpisce i giovani e prima ancora genitori e docenti
di Maurizio Zottarellimercoledì 11 marzo 2026
Paul Murray, lo sfacelo dietro la bulimia di vita (e ciambelle)

3' di lettura

La morte arriva subito, prima del primo capitolo, nel prologo. Poi le settecento pagine del romanzo di Paul Murray, Skippy muore (Einaudi, 2026, pag. 720, euro 22) sono un lento resoconto dell’agonia del protagonista e di tutto il mondo che lo circonda. Murray racconta lo spaesamento della società con l’occhio dei giovani, ma dove il virus della confusione e dell’inconsistenza infetta tutti, gli adulti prima degli altri. Certo, il romanzo ruota intorno a una scuola e alle vertiginose malinconie dell’adolescenza dalla quale, però, anche genitori e insegnanti sembrano non essere mai usciti.

Quello di Murray è un romanzo delle solitudini in cui tutti i personaggi sono ripiegati alla ricerca di una via autonoma verso una qualche speranza. La droga, le pillole di ogni tipo, la musica, la dieta, le amicizie, la violenza, la scienza, l’alcol, il sesso sognato, mitizzato, venduto, sprecato, perfino l’amore straniante e incomprensibile, per l’umanità che vive intorno alla prestigiosa scuola irlandese di Seabrook, diventano strade disperate verso un impossibile pienezza che dia significato a tutto il male di cui, oltre la patina di rispettabilità, gronda questa periferia del mondo.

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In effetti, il college di Seabrook potrebbe tranquillamente essere nell’Ohio di Stephen Markley o in un’anonima cittadina del sud degli Stati Uniti raccontata da Michael Bible e il fatto che sia ubicata in Irlanda descrive come il cancro autodistruttivo dell’occidente dal centro americano si sia propagato alla periferia europea. E, quando, Daniel “Skippy” Juster, un venerdì come tanti, si accascia sotto il tavolo di un fast food che dispensa ciambelle sembra solo l’esito, comico almeno quanto tragico, del solito stupido gioco di ragazzini abituati a ingozzarsi a gara di dolciumi.

Poi, pagina dopo pagina, emerge lo sfacelo che non risparmia nessuno. Non i vertici dell’esclusivo college cattolico preoccupati solo di difendere quel che resta dell’istituzione e, prima ancora, le personali ambizioni; non i docenti annoiati e imbruttiti da fallimenti, serate alcoliche, disastri sentimentali, rancori e segreti seppelliti nel silenzio eppure coltivati nel cuore; non i genitori, barricati dietro al benessere e travolti da drammi grandi e piccoli per i quali, a loro volta, cercano qualche sollievo chimico o alcolico; e, naturalmente, non i ragazzi spersi tra queste rovine senza guide e indicazioni che non siano regole incomprensibili e un peloso moralismo.

Perfino il geniale e talentuoso Ruprecht, compagno di stanza di Daniel, l’unico che cerchi un Altrove grande e nobile, per quanto inverosimile, tra le pieghe dell’universo, si arrende alla sconfitta e al dolore che impregna ogni fibra dell’esistenza. E la sventurata parabola di cui è protagonista Skippy sembra incarnarsi nella cerea pinguetudine dell’amico preda di una devastante bulimia, così come nello sfiorire della cristallina bellezza di Lori, ingenuo e acerbo primo amore di Daniel, dissolto nei miasmi di abituali depravazioni vissute perfino con disinteresse.

E non può essere un caso se alla fine è proprio lei a intravvedere la risposta, come una illuminazione, tra le parole di un poeta ascoltato distrattamente a lezione. «C’è un altro mondo, ma in questo mondo». Mentre «le persone vanno sempre da un’altra parte. Cioè tutti fanno di tutto per non essere dove sono». Alla fine, è lo sguardo stranito e incredulo di una ragazzina a svelare che il re è nudo, a smascherare questa fuga di massa dalla vita. «Sono così impegnati a cercare una via di fuga per andare in un altro posto che non vedono il mondo in cui si trovano...»; «invece di cercare una via per uscire dalla tua vita, dovresti cercare una via per entrarci». Magari per scoprire che «dentro ogni persona c’è una persona, e dentro questo mondo che sembra così noioso e ordinario, se guardi bene, c’è un mondo assolutamente bellissimo e magico».

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Già. Ma per sapere dove andare occorrerebbe qualcuno che indichi la rotta. Questo sarebbe il compito degli adulti e di una buona istruzione. In questo senso è significativo che la storia sia ambientata in una scuola, che per statuto dovrebbe fornire gli strumenti utili ad orientarsi nella vita; e in una scuola cattolica gestita da religiosi che, per vocazione, dovrebbero indicare qual è la «via, la verità e la vita». Ma in assenza di una presenza e di un volto anche la conoscenza e la fede diventano forma vuota e incomprensibile, se non greve ideologia. Il resto, come ci insegna quotidianamente la cronaca, ce lo mettono i ragazzi, fonti inesauste di domande che, in mancanza di proposte significative, si cercano da soli risposte, se non convincenti, almeno coinvolgenti.

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