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Sono ideologia e narcisismo i veri mali dei nostri giovani

Archiviato il marxismo, è rimasto l’odio per l’Occidente e la "cecità" verso islam, Cina, Russia. Altro che salvatori politici, a questi ragazzi servirebbe essere salvati
di Antonio Soccilunedì 30 marzo 2026
Sono ideologia e narcisismo i veri mali dei nostri giovani

4' di lettura

Ieri sulla prima pagina di Repubblica si leggeva questo titolo: «Amato: “I giovani ci salveranno dalle autocrazie”». Sotto hanno scritto che «nel No al Referendum ha pesato lo stop delle nuove generazioni al modello Trump». Vicino c’era un altro titolo: «Gli adolescenti, il coltello, lo smartphone». Antonio Scurati ha commentato la dolorosa vicenda scolastica di Bergamo dei giorni scorsi (“I nostri figli perduti tra coltelli e smartphone”). Ricordando un suo vecchio racconto ha osservato che «nei vent’anni» trascorsi dall’uscita di quel libro «la violenza omicida adolescenziale in ambiente scolastico è, purtroppo, passata dall’invenzione letteraria alla cronaca nera». Lo scrittore lamenta poi «la dilagante irrealtà psicotica dei social» riflettendo allarmato su «questi figli» che «vivono esclusivamente nelle nicchie aeree della spietata irrealtà digitale». Sembrano due orizzonti contraddittori. I giovani sono salvatori politici o figli bisognosi di salvezza? Non solo. Il primo titolo non convince perché, numeri alla mano, non c’è grande differenza quantitativa tra i giovani che al referendum hanno votato No e quelli del Sì.

Peraltro quasi la metà degli aventi diritto fra 18 e 34 anni non ha votato. E poi: i giovani che manifestano nelle piazze vogliono salvarci dal pericolo apocalittico rappresentato dal presidente Usa e dal governo Meloni? E i bombardamenti di Putin, il potente regime cinese, il terrorismo islamista, l’orrore dell’Iran e della Corea del Nord (per non parlare di Cuba e del Venezuela)? Nel secondo caso - pur considerando tutti gli accoltellamenti e gli altri episodi di violenza giovanile - va ricordato che la grande maggioranza dei giovani non delinque. Gli esperti parlano di una generazione che non di rado fatica a gestire le emozioni e a controllare le reazioni. È vero quindi che c’è una fragilità diffusa. È una generazione che chiede salvezza più che una generazione di salvatori politici. Gli stessi media da anni ce ne rappresentano i problemi, specie dopo il ciclone Covid. Si sono letti scenari allarmanti.

STATISTICHE PESANTI
Le statistiche dicono che il 49,4% dei giovani italiani tra i 18 e i 25 anni ha affermato di avere sofferto di ansia e depressione per l’emergenza sanitaria. Secondo l’Oms un minore su sette in Europa convive con un disturbo di salute mentale, un dato in crescita negli ultimi 15 anni (fra le ragazze una su quattro fra i 15 e i 19 anni). E in Europa il suicidio è ormai la prima causa di morte per i giovani fra 15 e 29 anni. Nel 2022 l’Eurobarometro rilevava che «il 42 per cento dei giovani europei dichiara di ritenere la propria vita priva di significato». Questa generazione soffre- oltre alla crisi delle famiglie - la pressione e il condizionamento dei social, dei telefonini e delle mode, ma egualmente la pressione e il condizionamento ideologico dell’ambiente, della scuola e delle mode ideologiche. L’industria del consumo, come quella dell’ideologia, plasma atteggiamenti e mentalità. René Girard ha spiegato bene la forza del mimetismo che induce ad assorbire dall’esterno idee e desideri. Le ideologie totalitarie del ’900 hanno usato così i giovani. L’ultima stagione dell’ideologia, di cui stiamo vivendo la coda, è quella del ’68, la stagione da cui vengono le attuali élite che influenzano la mentalità. Ci voleva una grande libertà intellettuale nel ’68 per sottrarsi al contagio mimetico.

Accadde al filosofo inglese Roger Scruton, che raccontò di essere diventato conservatore proprio dopo aver assistito alle manifestazioni studentesche del ’68 parigino: «Per cominciare» diceva «la cosa che più mi ha colpito di quegli studenti che riempivano le strade è stata la sentimentalità della loro rabbia. Era tutto incentrato su loro stessi, non c’era nulla di oggettivo. Eccolì lì, i figli viziati della classe media, i baby boomers che non avevano mai dovuto affrontare difficoltà reali, che urlavano a squarciagola per strada bruciando le auto che appartenevano ai proletari comuni che fingevano di difendere contro certe immaginarie strutture oppressive erette dalla borghesia. Tutta quella faccenda era una completa finzione basata sulle idee antiquate di Karl Marx, idee che erano già obsolete a metà del XIX secolo. Stavano mettendo in scena, se vogliamo, un dramma auto-scritto in cui il personaggio centrale erano loro stessi». Non a caso, poco dopo, Christopher Lasch scrisse La cultura del narcisismo in cui spiegava che «il clima contemporaneo è terapeutico», si aspira «alla sensazione, all’illusione momentanea di benessere personale... Anche il movimento radicale degli anni Sessanta non rappresentò, per molti di coloro che vi aderirono per ragioni personali più che politiche» che «una forma di terapia. L’attività politica radicale riempì il vuoto di molte vite, dando loro un significato e uno scopo». Così inalberavano per le strade i ritratti dei sanguinari tiranni comunisti sentendosi paladini degli oppressi, non curandosi di milioni di vittime che il comunismo, da loro osannato, aveva fatto e stava facendo. Li gratificava sentirsi, nel loro fanatismo cieco, i rivoluzionari che lottavano per gli sfruttati contro i padroni.

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AUTOCELEBRAZIONE
Oggi viviamo ancora la coda di quella stagione che ha reso la sinistra ideologicamente egemone nonostante la tragica smentita della storia del comunismo. Archiviati i dogmi dell’ideologia marxista, è rimasto lo schematismo ideologico, il manicheismo anti-occidentale e il narcisismo. Lo psicologo canadese Jordan Peterson, uno degli intellettuali più lucidi del nostro tempo, di recente, a un intervistatore che gli ha chiesto «qual è, a suo parere, la più grande minaccia per l’umanità?», ha risposto: «La compassione narcisistica». Non intende la genuina e disinteressata empatia verso l’altro. Ma quell’esibizione collettiva di altruismo umanitario (peraltro selettivo) che permette di soddisfare il proprio ego, identificandosi nei Buoni, specchiandosi nelle (presunte) cause salvifiche che mostrano la propria superiorità morale nei confronti del Nemico, demonizzato come il ricettacolo di tutti i mali. È l’autocelebrazione virtuosa che diventa ideologia. Ma questa non è la salvezza, è il problema (grave). La salvezza è altrove. 

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