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Il rifiuto della subalternità ideologica dei cattolici

Lo scrittore contro la sottomissione della Chiesa alle idee progressiste. E il partito obamiano vuol prendersi il Papa
di Antonio Soccisabato 11 aprile 2026
Il rifiuto della subalternità ideologica dei cattolici

4' di lettura

Vittorio Messori, morto la settimana scorsa, sarebbe annoiato dai tanti articoli celebrativi. È molto meglio riflettere su ciò che lui ha significato nella parabola storica di un mondo cattolico che periodicamente, da 60 anni, scivola verso una situazione di subalternità, di suicidio culturale e identitario. Messori si è sempre opposto a quella ricorrente sottomissione avignonese della Chiesa alle ideologie e ai poteri progressisti che dal ’68 dettano legge. Dico “sottomissione avignonese” in riferimento alla cosiddetta “cattività” del XIV secolo, quando il Papato fu trasferito ad Avignone sotto il controllo del re di Francia.

Il “caso Messori” scoppia nel 1976 per Ipotesi su Gesù. Non era il primo libro che indagava attorno alla figura di Gesù e giungeva, attraverso un percorso razionale, all’adesione della fede. Infatti lo stesso Messori, nelle prime pagine, si dice debitore dell’opera di Jean Guitton. Ma a cosa si deve il successo del suo libro? Alla sua brillante scrittura giornalistica, all’intelligenza con cui andò a scavare, ma soprattutto al momento storico in cui uscì e alla sua personale vicenda. Messori infatti, dopo essersi formato nella Torino laica e razionalista, con Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio, si era un convertito al cattolicesimo. E oltretutto, da giornalista della Stampa, non si era accodato, dopo il ’68, al conformismo marxista come molti suoi colleghi. La sua vicenda personale era dunque in totale controtendenza rispetto a ciò che stava accadendo anche nella Chiesa, travolta dalla contestazione.

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In quegli anni migliaia di preti e religiosi lasciavano l’abito, la frequenza alla messa domenicale crollava e Paolo VI, abbandonato anche dal mondo cattolico a lui più prossimo, che si buttò a sinistra, visse gli ultimi annidi pontificato con profonda angoscia (ne scrisse con rispetto pure Pier Paolo Pasolini che parlò di “tragedia”). Proprio a Jean Guitton, suo amico, nel loro ultimo incontro, l’8 settembre 1977, Paolo VI confidò questi pensieri: «C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: “Quando il Figlio dell’Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?”. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia».

In questo clima cupo era ovvio che il libro di Messori, con la sua storia di convertito, suscitasse speranza. Un altro grande segno di speranza che non sfuggì a Paolo VI fu l’esplosione di un fenomeno del tutto imprevisto negli atenei milanesi e italiani: Comunione e liberazione. Anche in questo caso colpiva soprattutto il fatto che avvenisse un’impetuosa scoperta della fede cattolica nella generazione più lontana dalla Chiesa (i giovani) e a partire dalla città che era il simbolo della modernità e della contestazione: Milano.

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L’odio che CL suscitava a sinistra si rifletteva nell’ostilità del clerico-progressismo. Tutto cambiò di colpo con l’arrivo al pontificato di Karol Wojtyla, che veniva da un regime comunista. Con il suo formidabile carisma liberò la Chiesa dalla subalternità al conformismo marxista. Don Giussani e Messori si trovarono così accanto al Papa polacco insieme a un altro gigante del nostro tempo, Joseph Ratzinger, con cui Messori realizzò un libro-intervista, nel 1984, che tracciò la strada della Chiesa per ritrovare se stessa. Gli anni di Wojtyla e Ratzinger sono stati una potente primavera cattolica che influenzò il mondo (specie all’Est).

Ratzinger, nella famosa omelia prima della sua elezione (aprile 2005), indicò il pericolo per i credenti proprio nella subalternità alle ideologie mondane: «Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Benedetto XVI ha resistito otto anni, poi, nel 2013, la rinuncia, dovuta anche ad assetti geopolitici del tutto ostili alla Chiesa. S’imponeva la “dittatura del relativismo”: la rivoluzione ideologica e antropologica dell’era Obama subito assorbita dai Paesi europei.

L’arrivo di papa Bergoglio per i cattolici fu un ripiombare nell’incubo avignonese degli anni Settanta. Fu un’invasione di “pensiero non -cattolico” nella Chiesa, colonizzata da ogni moda ideologica, dall’ambientalismo fanatico, all’immigrazionismo, dall’ecumenismo senza regole all’ideologia Lgbt (perfino lo scalfarismo). Maurizio Molinari, da osservatore neutro, ha spiegato che Bergoglio «è stato un Papa che sin dall’inizio ha trasformato il messaggio di Barack Obama in un messaggio globale. Dal 2013 porta nel mondo quello che all’epoca era il messaggio di Barack Obama».

Obama: il più anticattolico fra i presidenti Usa recenti. È stata una perfetta “cattività avignonese” a cui Bergoglio aggiunse la sottomissione al comunismo di Pechino, con cui sottoscrisse un accordo che non solo consegnava al regime i cattolici cinesi, ma limitava perfino la libertà della Santa Sede. Ora ne fa le spese il successore. Tanto che, il 3 marzo scorso, quando un giornalista ha chiesto a Leone XIV di esprimersi sulla condanna dell’editore cattolico Jimmy Lai, da parte del regime comunista, il Papa ha dovuto rispondere: «Non posso commentare». Leone, tempo fa, ha fatto capire che potrebbe riconsiderare quell’accordo di Bergoglio e Parolin con Pechino, ma è tutta la gravosa eredità avignonese del suo predecessore che soffoca la Chiesa. Riuscire a liberarla sarà arduo. Anche perché il “partito obamiano” oggi vuole di arruolare pure Leone XIV e strumentalizzarlo come simbolo anti Trump. Un altro papato avignonese? Leone XIV non lo vuole. Dovrà essere aiutato a evitarlo.

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