Libero logo

Il vero Billy the Kid spogliato dell'epica del West

Lo scrittore Éric Vuillard tratteggia un ragazzo di 17 anni, solo e disperato. E la frontiera torna a essere un posto feroce
di Francesco Musolinolunedì 13 aprile 2026
Il vero Billy the Kid spogliato dell'epica del West

3' di lettura

Altro che cavaliere della frontiera. Dimenticatevi il ribelle da poster, con la pistola sul fianco e l’aura da leggenda. Lo scrittore Éric Vuillard rilegge Billy the Kid, sfilandogli di dosso il costume di scena, il folklore e l’aria da eroe maledetto, riconsegnandoci un ragazzo di diciassette anni, solo, affamato e dimenticato da tutti e il West torna a essere un posto sporco, feroce e senza scrupoli. Gli orfani. Una storia di Billy the Kid (Edizioni E/O, appena arrivato in libreria tradotto da Alberto Bracci Testasecca) è proprio questo: il controcampo della frontiera patinata, il racconto del ragazzo divorato dalla leggenda.

Vuillard aveva già compiuto un’operazione simile con Buffalo Bill in Tristesse de la terre (ancora inedito in Italia) e in queste pagine rimette mano all’immaginario americano per smontarlo pezzo dopo pezzo: Billy the Kid non è più il prodigio della pistola, il duellante, il fuorilegge consacrato dagli occhi di ghiaccio di Paul Newman in Furia Selvaggia (1958) e dalla regia di Sam Peckinpah in Pat Garrett e Billy the Kid (1973). Vuillard- premio Goncourt nel 2017 per L’ordine del giorno - racconta un ragazzino che ruba burro, biancheria sporca e fa razzie di cavalli; un orfano che dorme all’aperto e che non riesce a non tradire e derubare chiunque gli tenda una mano in un momento di difficoltà. Perché è la sua natura. Perché la vita gli ha insegnato solo questo.

L'Occidente e il fascino eterno della frontiera

È sempre un punto in cui la mappa finisce. Una linea di polvere che separa il noto dall’ignoto, l’ord...

La biografia del Kid è tutta fatta di buchi: forse è nato a Manhattan, forse a Brooklyn. Forse si chiamava McCarty, Antrim, Bonney, magari William o persino Henry. Ma cosa importa, direte voi, un mito si nutre con la polvere di stelle e il suono degli speroni sul terreno, no? E Vuillard usa queste incertezze come dinamite: più il personaggio sfugge, più diventa interessante.
Il suo Billy è un ragazzo di strada, quasi dickensiano: una creatura della fame, dell’espediente e della solitudine. Solo la scrittura riesce a sollevarlo fino a quella nobiltà nera dei grandi reietti letterari, strappandolo al folklore del West e riportandolo più vicino alla miseria che all’epica. Ciò che conta, in un periodo storico di riscritture e revisionismo buonismo d’ogni tipo è che Vuillard non assolve il Kid, non ne fa un anarchico o un martire della società, al contrario, la violenza e la sua tracotanza restano sempre sul piatto della bilancia.

Ma Gli orfani è anche la storia di come nasce un paese. Vuillard ricostruisce il meccanismo con cui i grandi proprietari terrieri del New Mexico usarono bande di fuorilegge - Billy compreso - per cacciare i nativi, rastrellare terre e intimidire i piccoli coloni. Poi, una volta consolidato il potere, quegli stessi desperados diventarono ingombranti e vennero eliminati: dai proiettili dello sceriffo, dall'indifferenza della legge, dall'oblio. È il cinismo fondativo dell’America, scritto con la stessa lucidità con cui Vuillard aveva raccontato le manovre naziste in L'ordine del giorno.

In questo senso è significativa anche la copertina che ritrae una coppia di ragazzi del New Mexico, attorno al 1870: lui è Jesse Evans, uno dei compagni del Kid, la donna è armata ed entrambi fissano l’obiettivo con una sfrontatezza che colpisce. È un’immagine che riassume il cuore nero del libro: una libertà che sembra assoluta e invece è già marcia. Vuillard ne è affascinato e in quella posa ritroviamo l’insolenza, l’azzardo, l’illusione di potersi prendere il mondo e, insieme, il presagio della rovina, perché, scrive l’autore, «moriranno tutti così, giovani e poveri».

E tutto viene narrato con una scrittura scoppiettante che ti resta addosso: «Billy è una manciata di sabbia negli occhi», convinto che «la violenza sia indispensabile per la libertà» e che «distruggere è amare». Ne viene fuori un libro breve e nervoso che dà il meglio quando ritrova, anche per un attimo, il filo più umano del racconto, quello che restituisce al mito un’infanzia perduta, una voce, una ferita che lo lega al fratello o forse, al fratellastro Joseph ma «tutta la sua vita è al condizionale. Il fatto è che più ci avviciniamo a lui e più lui si cancella».

Con Gli orfani, Vuillard gli toglie di dosso la lacca hollywoodiana e tutta la prosopopea del fuorilegge. Ma senza il clamore, senza la posa, senza la pistola da sei colpi, infine, cosa rimane? Un ladruncolo, un assassino, un adolescente sperduto che la leggenda ha ingigantito calpestandone l’identità. Il punto di forza del libro è proprio questo: dopo aver fatto tabula rasa del mito, ecco affiorare la storia di un Ragazzo. Di un orfano. Di un essere umano.

Il risorgimento si beve d'un sorso grazie al barolo

A scuola si studia certo ancora il Risorgimento e- ormai si può dire – ci si annoia. Personalmente, mi sono...