Non capita spesso di imbattersi in una scrittura così potente: Devastazione di Aharon Reuveni (Ronzani editore, pp. 328, euro 22) è certamente un libro che gli appassionati di letteratura ebraica non possono perdersi, ma è soprattutto un invito rivolto a chi quel mondo non lo conosce ancora. L’edizione, curata con rigore filologico, si avvale della traduzione dall’ebraico di Luca Colombo e della preziosa supervisione di Annibale Momigliano. È l’occasione per scoprire un grande autore, un maestro, capace di trasportare il lettore in un'atmosfera unica e crepuscolare, in un mondo che non esiste più ma che pulsa di una vitalità tormentata. Le radici di Aharon Reuveni affondano nel 1886 a Poltava, nell’attuale Ucraina, allora turbolento crocevia dell’Impero Russo zarista. È l’inizio di un’esistenza segnata dalla militanza: ancora giovanissimo, finisce deportato in Siberia dalle autorità imperiali per aver fatto parte di un gruppo armato di autodifesa ebraica. Grazie a documenti falsi riesce ad evadere e rifugiarsi in Giappone, dando inizio a un lungo peregrinare tra Cina, India, Egitto prima di trovare il suo approdo definitivo in Palestina, nel 1910. A Gerusalemme entra nella redazione di un giornale sionista-socialista, un’esperienza che segna profondamente la sua scrittura.
Mentre infuria la Grande Guerra, scrive i suoi primi racconti in yiddish per poi approdare al cuore della sua produzione, la trilogia Sino a Gerusalemme (Ad Yerushalayim), scritta tra il 1915 e il 1918. Quest’opera rappresenta un lascito prezioso: una testimonianza potentissima che ci restituisce, con una precisione quasi brutale, il volto di Gerusalemme durante il tramonto del dominio ottomano. Se nel primo volume In principio, confusione e paura, emergeva il dramma degli immigrati russi schiacciati tra l'Impero e il rimpianto, e nel secondo, Le ultime navi, la crisi degli intellettuali travolti dalla piaga delle locuste, in questo capitolo conclusivo, Devastazione (Shamot), la narrazione converge implacabile sul falegname Meir Punk. Giovane immigrato proveniente dalla Galizia, Punk incarna, in una Gerusalemme segnata dalla corruzione una tenace e silenziosa resistenza, il tentativo dell’ebreo “nuovo” di mettere radici attraverso il lavoro, l'integrità morale, la bellezza e l’allegria. Il suo destino si intreccia con quello di una famiglia gerosolimitana radicata in Terra d’Israele, composta dalla vedova Meme e dai figli Ester, Hayia e Leizer. Il sentimento timoroso e profondo che nasce tra Meir ed Ester diviene il motore di una disperata corsa contro il tempo: per evitare l’arruolamento forzato, Meir subisce la violenza di un sistema che lo conduce all’incarcerazione. Durante la prigionia e il complicato percorso verso la libertà, lo spirito indomito di Meir viene messo a dura prova. Nonostante gli sforzi congiunti di Ester, di Hayia e dello stesso Meir per raccogliere il denaro per il secondo riscatto, il giovane si trova di fronte a scelte radicali: tra atti di giustizia solitaria in un mondo di soprusi e la disillusione che maturerà nel deserto, Meir non rimane intatto. Diventerà un uomo diverso, piegato dagli eventi e logorato da un sistema che non concede scampo. Come scrive Elena Loewenthal nella prefazione che ha accompagnato l'esordio della trilogia in Italia (Einaudi, 2021), Reuveni compie un’operazione rivoluzionaria: egli di fatto inventa la prosa ebraica moderna in Palestina. Prima di lui, la lingua restava spesso ancorata a una dimensione biblica, solenne e distante; Reuveni, invece, sceglie di “sporcarla” con la realtà, rendendola spietata e capace di dare voce al fango, alla fame e alla corruzione.
Loewenthal colloca l'autore nel solco della grande letteratura russa: i suoi personaggi sono fratelli diretti degli “uomini inutili” o dei tormentati di Dostoevskij, e Gerusalemme diventa un labirinto dell’animo umano potente quanto la Pietroburgo dei grandi maestri russi. Tuttavia tale realismo non fu accolto da tutti con lo stesso entusiasmo. Se da un lato scrittori di grande successo come Natan Bistritzky ne hanno esaltato la potenza definendo Reuveni tra i più importanti prosatori della letteratura ebraica perla sua capacità di restituire la vita in Palestina in modo realisticodall'altro si è levato il muro dei detrattori. Ascarelli osserva come l’opera fu tacciata di essere “deludente e disfattista”, accusando Reuveni «di indifferenza ai valori dell’uomo “nuovo”, la figura del pioniere che si considera responsabile del destino dell’individuo e della società». La studiosa definisce la sua scrittura “ferale” e priva di concessioni, sottolineando come l’invenzione di questa lingua - che l’autore stesso definiva “stenta” e faticosa - sia stata l’unico strumento possibile per “disarmare gli idoli” della propaganda e restare fedeli alla nuda verità di una nazione che nasceva tra le macerie. In questa Gerusalemme, la “devastazione” dell’autore non è solo quella materiale del tifo, dei pidocchi, della fame, del fango, delle case che si sgretolano ma è, soprattutto, quella esistenziale.
Ogni personaggio vive in una sorta di isolamento: «Non è altro che un granello di sabbia [... ] perché ogni uomo può rimandare ogni cosa, ma non il trovare ogni giorno un pezzo di pane. Pur nella loro miseria quelle erano vite piene: aspirazioni, preoccupazioni, contorcimenti del corpo e desideri profondi dell’anima. Di casa in casa scorre la corrente della vita, di quartiere in quartiere attraversa città e nazioni... la corrente è la stessa e nessuno vede il cuore del fratello». La narrazione diventa così un crudo ritratto di come, sotto la pressione di una realtà brutale che ti costringe a cercare ogni giorno solo “il pezzo di pane”, l’identità dell’individuo si frammenti, rendendo impossibile scorgere l’umanità di chi ci sta accanto. È da questa “solitudine di massa” che prende avvio il tormento dei protagonisti. Il valore letterario di Reuveni ha trovato un riconoscimento tardivo: insignito del Premio Gerusalemme nel 1955 e del Premio Bialik nel 1969, l’autore torna dopo un secolo a parlarci con forza inattesa. Reuveni non ha cercato di costruire eroi di carta, ma ha scelto di raccontare l’uomo per quello che era, restituendoci una delle testimonianze più autentiche e brucianti del Novecento.




