Johannes Vermeer nacque a Delft nel 1632 e a Delft morì nel 1675, a quarantatré anni, senza aver mai lasciato la città. Non cercò corti, non si spostò ad Amsterdam, non si presentò ai mecenati che avrebbero potuto comprarlo. Dipingeva lentamente, meno di una quarantina di tele in vent’anni di carriera, usando il blu lapislazzuli, più caro dell’oro. Aveva quattordici figli, debiti cronici, una suocera autoritaria e due soli mecenati stabili, il ricco Pieter van Ruijven e sua moglie Maria de Knuijt, che comprarono quasi metà della sua produzione. La Gilda di San Luca lo elesse due volte capogruppo: i colleghi lo stimavano, ma al di fuori di Delft era quasi sconosciuto. Nel 1672, Luigi XIV invade le Province Unite: è il rampjaar, l’anno del disastro, che fece crollare il mercato dell’arte. Vermeer non riuscì a vendere nulla, né i propri dipinti né quelli altrui che commerciava. La moglie Catharina scrisse poi al tribunale che il marito era passato «dalla piena salute alla morte in un giorno e mezzo», distrutto dall’angoscia economica. Per due secoli le sue opere circolarono senza nome, attribuite ad altri. Fu riscoperto nell’Ottocento da un giornalista francese che visitò il Mauritshuis dell’Aia e non sapeva spiegarsi quella luce.
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Mina, Anna Maria Mazzini, nata a Busto Arsizio nel 1940, aveva trentotto anni e milioni di fan quando, il 23 agosto 1978, salì sul palco della Bussola in Versilia per l’ultima volta. Non lo annunciò. Non spiegò. Finì il concerto, tornò a Lugano, chiuse la porta. Quello che sembrava un ritiro temporaneo, per un’infezione polmonare, la stanchezza, oppure la pressione mediatica diventata insostenibile, divenne definitivo per scelta. Dall’anno successivo, e per decenni, pubblicò uno o due album l’anno. Incideva nello studio di casa, senza apparire. Nessuna intervista, nessuna foto, nessun palco. La voce continuava, il corpo spariva. Nel 2001 lasciò entrare una telecamera nello studio di registrazione: fu l’unica eccezione. Vinse classifiche, vendette milioni di dischi, influenzò generazioni di cantanti — tutto dall’invisibilità. Mina non smise di fare musica. Smise di essere guardata mentre la faceva.
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Una notizia, ieri si è posata leggera in mezzo alle altre, come una di quelle storie che si raccontano da sempre ...Mina e Vermeer non si sarebbero capiti su nulla, tranne su questo: che la presenza fisica è una distrazione. Che il pubblico consuma l’artista insieme all’opera. Che la stanza chiusa — l’interno di Delft, lo studio di Lugano — è l’unico posto dove nessuno ti rompe le scatole. Vermeer morì povero e sconosciuto perché il mercato esterno lo schiacciò; Mina ha 86 anni e non è stata schiacciata.




