Evviva! Per quest’anno almeno, gli editori potranno partecipare alla fiera romana “Più libri più liberi” senza firmare nessuna dichiarazione di antifascismo. La presidente Annamaria Malato ha fatto sapere che gli organizzatori si sono concessi una pausa di riflessione: riformuleranno il “patentino” per le future edizioni, ma per intanto quest’anno si potrà partecipare liberamente come sempre alla manifestazione che si svolge a Roma a inizio dicembre. Una via d’uscita poco onorevole, forse, ma quel che conta è il risultato.
Il quale è stato sicuramente un successo di tutti coloro, editori ed opinion maker, non solo di destra (si pensi alla ferma posizione assunta da Marco Travaglio), che subito hanno sottolineato l’assurda richiesta, per uno stato democratico, di chiedere o concedere “patentini” di fedeltà politica per fare cultura. E sicuramente non poco ha pesato la prontezza con cui Giorgia Meloni ha preso posizione contro quello che era a tutti gli effetti un provvedimento illiberale e che contraddiceva l’idea stessa di cultura. Resta però forte lo stupore per quel che è successo, che deve far riflettere e non può essere dimenticato. Sarebbe infatti fuorviante pensare che quel che è accaduto sia stato un semplice incidente di percorso, una scivolata: esso risponde a impulsi, e direi istinti, profondi, presenti nel mondo intellettuale italiano.
La mentalità censoria, connessa all’idea di una malintesa “superiorità morale”, è ben viva soprattutto in quei “circoletti” di sinistra che dominano ancora oggi festival, eventi, editoria, mezzi di comunicazione di massa, e persino il mondo dell’intrattenimento e dello spettacolo. Quasi quasi verrebbe voglia di dar ragione a Umberto Eco, col suo “fascismo eterno”, ma con una postilla.
FASCISMO ROSSO
Se il fascismo storico è infatti una pagina definitivamente chiusa della nostra storia patria, almeno dal 1945, la mentalità fascista è sempre viva e vegeta. Solo che si tratta di “fascismo rosso”, progressista e politicamente corretto. È probabilmente proprio per accreditarsi, o meglio confermarsi, verso questi circoli che gli organizzatori hanno avuto la magnifica (si fa per dire) idea dell’autocertificazione antifascista. E non ultimo per mandare un malcelato messaggio a un governo e ad una maggioranza politica che (almeno potenzialmente) potrebbero rompere certi equilibri finora consolidatisi. E che premiano, con onori e anche laute prebende, le forze di fatto dominanti. Come non pensare, fosse solo un attimo, alla parentela che il “patentino” aveva con quella famigerata legge che nel 1931 impose la firma di fedeltà al regime fascista dei docenti universitari? Ma chi ha partorito questa idea era talmente sicuro, probabilmente, di non generare scandalo, di una sostanziale impunità, che non ha messo nel conto che qualcosa in Italia, anche nel mondo della cultura e seppur lentamente, sta cambiando. Il gioco questa volta non è riuscito. E gli organizzatori e i fiancheggiatori dell’iniziativa più che con le ossa rotte escono dalla faccenda con il volto rosso per la vergogna. Che figuraccia!




