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Dentro villa Webber, la prigione a picco sul mare di Mussolini

Blitz nella casa della Maddalena dove il Duce fu tenuto prigioniero per 20 giorni nell’estate del 1943
di Nicoletta Orlandi Postisabato 15 agosto 2026
Dentro villa Webber, la prigione a picco sul mare di Mussolini

5' di lettura

Sul soffitto sono rimasti l’azzurro e il rosa. Sui muri, chi è già passato di qui, ha lasciato simboli, pensieri e firme. La ringhiera della scala interna resiste alla ruggine, i pavimenti decorati sono sommersi dai calcinacci. Villa Webber, alla Maddalena, sta cadendo a pezzi con ostinata eleganza. Siamo entrati dentro in una mattinata di maestrale, uno di quei giorni in cui il vento finalmente dà sollievo all’isola e sparge l’odore dello scavicchio, l’elicriso che cresce ovunque e che d’estate finisce per confondersi con l’odore stesso della Maddalena. La villa è nascosta dietro gli alberi e la macchia mediterranea. Del giardino curato che la circondava rimangono tracce sparse tra una vegetazione che ormai arriva fin dentro la casa di James Philipps Webber, il ricco viaggiatore inglese che arrivò alla Maddalena a metà Ottocento e nel 1851 acquistò la proprietà di Padule, appartenuta, a Giorgio Andrea Agnés Des Geneys, figura importante della Marina sabauda. Negli anni successivi Webber trasformò la tenuta nella grande residenza che ancora oggi si intravede: torrette merlate, archi, finestre ogivali, richiami neomoreschi e neomedievali. Una costruzione che doveva apparire piuttosto singolare in un’isola di granito, mare e case basse.

SI ENTRA DALLA FINESTRA
Molte aperture oggi sono state murate. Quasi al livello del terreno è rimasta aperta una piccola finestra a bocca di lupo che fungeva da cappa aspirante. Da lì si passa piegati e si sbuca nella parte bassa della villa, quella delle cucine e dei locali di servizio. Il maestrale resta fuori di colpo. Dentro l’aria è ferma, umida, sa di terra e di muro vecchio. Poco più avanti si apre una grotta che veniva utilizzata come frigorifero naturale. Oggi è piena di pipistrelli. Da questo locale si sale verso il piano superiore. Lo scalone conserva ancora la ringhiera in ferro battuto lavorato e il corrimano di legno. Restano camini, porte ad arco, pavimenti decorati, soffitti dipinti. In una stanza ci sono ancora le piastrelle sono coperte da piccoli fiori. In un’altra un grande rosone affiora sotto la polvere. Ci sono campiture di affreschi sui soffitti, cornici, motivi geometrici, colori che l’umidità scolora un poco alla volta. Nelle stanze c’erano quadri e una biblioteca importante. Oggi gli alberi arrivano alle finestre, i rami entrano dalle aperture lasciate dagli infissi scomparsi e la macchia copre buona parte del prospetto.

Webber aveva lavorato anche sul terreno intorno alla casa. Fece piantare agrumi, ulivi, pini, vigneti e frutteti. Le cronache locali parlano di oltre centocinquanta varietà di alberi. Furono costruiti grandi serbatoi per raccogliere l’acqua e muri per proteggere le coltivazioni dal vento, che più volte riuscì ad abbatterli e cantine dove veniva conservato il vino. Del disegno originario del parco resta poco, anche se qua e là sopravvivono ancora alcune delle specie che l’inglese volle mettere a dimora. La famiglia abitò la villa fino al 1928. Poi gli arredi cominciarono a essere dispersi e parte finì all’asta. Con la guerra la proprietà venne requisita dalle autorità militari e durante la fase della Liberazione venne utilizzata per le esigenze belliche. Nell’estate del 1943 la sua posizione isolata, la possibilità di sorvegliarla facilmente e la distanza dal continente finirono per decidere una pagina della sua storia.

Benito Mussolini arrivò alla Maddalena il 7 agosto 1943. Erano trascorsi tredici giorni dalla seduta del Gran Consiglio e dal suo arresto disposto da Vittorio Emanuele III. Dopo Ponza, il governo Badoglio decise di trasferirlo in Sardegna. Il luogo della detenzione doveva restare segreto e soprattutto al riparo da un eventuale tentativo tedesco di liberarlo. Villa Webber venne preparata in fretta. Giovanni Conti, tecnico dei servizi telefonici della Marina, raccontò di essere stato mandato lì quella stessa mattina per installare due telefoni. Al pianterreno furono sistemati gli uomini della sorveglianza. Mussolini venne portato al piano superiore e gli furono assegnate due stanze arredate con il minimo indispensabile: un lettino di ferro, una poltrona, alcune sedie, un tavolino. All’inizio gli lasciarono anche una radio e un telefono. Poco dopo da Roma arrivò l’ordine di togliere entrambi. Salendo oggi quello stesso scalone viene spontaneo cercare le camere nelle quali fu tenuto prigioniero. Le testimonianze parlano di due camere al piano superiore collegate con un piccolo terrazzino rivolto verso Palau. Si passa allora da una finestra all’altra, si guarda l’orientamento della casa, si cerca il mare. Oltre gli alberi, l’azzurra distesa d’acqua con la costa sarda davanti c’è ancora. Mussolini la ebbe davanti per venti giorni. Dicono che passava parte del tempo leggendo e scrivendo, ricevette poche visite e gli era concesso solo di uscire sul terrazzo. L’11 agosto, in una torrida giornata di quell’estate di guerra, chiese di poter fare il bagno. La risposta fu negativa: accompagnarlo sulla spiaggia avrebbe aumentato il rischio che qualcuno lo riconoscesse e scoprisse dove era detenuto. La vulgata sostiene che il Duce soffrisse il caldo, le zanzare e i problemi allo stomaco. Non stava bene. Un sacerdote dell’isola gli portò un libro da autografare e lui firmò con due parole: «Mussolini defunto». Dentro le stanze ormai spoglie viene da figurarsi quello che c’era. Appoggiato sul muro coperto di graffiti doveva esserci l’armadio, di fronte il lettino di ferro.
Davanti alla finestra rimasta senza vetri si può immaginare l’uomo che fino a poche settimane prima aveva governato l’Italia guarda verso Palau aspettando di conoscere il suo destino.

L’INIZIO DELLA FINE
Il 27 agosto Mussolini lasciò Villa Webber per essere trasferito a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, dove il 12 settembre i tedeschi lo liberarono. Per la dimora cominciò invece una storia assai meno documentata e molto più lunga: altri utilizzi, chiusure, incursioni, abbandono. Sulla facciata qualcuno ha dipinto svastiche e rune delle SS. Nelle stanze ci sono A cerchiate e insulti. Un grande teschio rosso occupa una parete. In un’altra stanza una figura femminile allarga le braccia ai lati di una porta. Qualcuno ha scritto anche una domanda provocatoria: «Perché sei qui?». La risposta di chi entra in un luogo abbandonato è sempre quella: cercare tracce della vita che è stata. E a Villa Webber si trova ancora molto nonostante le infiltrazioni, gli intonaci staccati, i pezzi di incannucciato rimasti sospesi al soffitto. Si tratta di un bene culturale tutelato dal 2013 anche se di proprietà privata, inserito più volte dal Fai tra i Luoghi del Cuore. Da anni si parla della necessità di recuperarla. Intanto il degrado va avanti.
Quando si esce bisogna rifare il percorso al contrario: scendere lo scalone, attraversare di nuovo i locali di servizio e raggiungere la piccola bocca di lupo. Ci si abbassa e si torna fuori. Il maestrale è ancora lì. Porta il mare e l’odore dello scavicchio. Dietro gli alberi Villa Webber torna quasi subito a nascondersi con le sue stanze vuote, i pipistrelli, i soffitti colorati, le macerie e le storie di chi quelle stanze ha abitato.