Una lezione onirica. Vi basterà chiudere gli occhi e immaginare seduto in cattedra un commo vente quanto appassionato Jorge Luis Borges (1899-1986), secondo il quale tutto nasce da una radice onirica, la poesia come tutta la letteratura. Una letteratura che per Borges può essere solo di piacere, di quel piacere letterario, che è anche «l’unico modo di leggere», che corrisponde alla letteratura inglese, «la più ricca del mondo», con un fiore all’occhiello, o quello che Borges chiama «oro antico», la poesia degli anglosassoni.
Una poesia sospesa tra epica e cristianità, prodromica a quella che sarà l’amata lingua inglese, così sfumata nella sua doppia radice germanica e latina. Paradossale che il poeta di Buenos Aires cerchi di invogliare studenti di lingua spagnola allo studio della letteratura e lingua inglese? No, sublime, soprattutto se pensiamo che Borges è per definizione, e aggettivo borgesiano, abitatore di due mondi, realtà e finzione, il sentimentale e l’eroico, letteratura e quotidianità e, proprio come la lingua inglese, autentico ponte tra la vecchia Europa e il nuovo mondo, tremendamente attuale la sua immagine di mondo come enigma e labirinto. Ecco, dunque, che assistere ad una lezione di Borges, oltre ad essere un privilegio, è anche un fantastico esercizio.
Le sue lezioni sono, infatti, una degna trasposizione delle sue biblioteche fantastiche, d’altronde la vita di Borges è intessuta e scandita dai libri e dall’amore per certi autori, pagine, righe. Perché uno si innamora di una riga, poi di una pagina, poi dell’autore. È un bel modo di procedere. E anche un po’ precursore di un trend attuale, basti pensare alle pagine di aforismi che divampano sui social, che in qualche caso avranno pure fatto riscoprire pagine, libri e autori. Perché più che il criterio cronologico, sono i flash emozionali ad incentivare la curiosità e l’approfondimento, che poi è il compito più nobile che dovrebbe spettare alla scuola.
Così, se per Borges leggere qualche pagina di Dickens, significava aver trovato un amico per tutta la vita, leggendo Professor Borges (Adelphi, pagg. 391, euro 26), potreste aver trovato un professore per la vita. Un professor sui generis, intendiamoci, poco incline a rimanere entro griglie programmatiche, che più che a valutare tende a spronare alla riscoperta degli autori, considerati più importanti dei movimenti letterari. Perché per Borges ogni autore è un’isola, così al Seicento, secolo dei poeti metafisici, e al Settecento, dominato dal razionalismo, Borges preferisce soffermarsi, facendocela rivivere, la vita del malconcio e malinconico Samuel Johnson, secondo cui la vita era orribile «viveva tormentato dal timore di diventare pazzo», e che malgrado i tratti maniacali, «evitava con cura di calpestare le fughe delle piastrelle, fu una delle intelligenze più razionali dell’epoca».
Un tratto intimo del carattere di Johnson che traspare da un altro personaggio straordinario quanto contraddittorio, James Boswell, che ha annotato giorno per giorno le sue conversazioni con Johnson regalandoci quella che secondo Macaulay è la miglior biografia di tutta la letteratura. Capite bene il tenore delle lezioni matriosca di Borges, autentico fiume in piena e, infatti, le sue “lezioni di letteratura inglese” compendiate da Adelphi risultano un libro carsico, ma anche un autentico scrigno contenente quell’oro antico, che Borges per vocazione sente di condividere: «Senza volerlo, mi sono qualificato per questo posto durante tutta la mia vita». Il posto in questione è la cattedra di Letteratura inglese e nordamericana alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Buenos Aires, conseguita nel 1956, senza averne i titoli, altra lezione sublime alla nostra società che ci vuole titolati, ma non pensanti.
Paradossale per chi come lui sognò per tutta la vita di essere un libro semovente, e poco importa se non tra i più ricercati, Borges era di animo buono e gentile, «un uomo fatto di solitudine, di amore e tempo», non interessato alla fama. «Ma che m’importa? Sento che c’è qualcosa di profondo in me che resta estraneo al fatto», d’altronde «le nostre nullità differiscono così poco», scrisse già nella prefazione. «All’eventuale lettore» della sua raccolta d’esordio del 1923, Fervore di Buenos Aires. Di lettori Borges ne ha avuti un numero sterminato, quanto la sua produzione di opere letterarie e interviste, mancava al coro ancora la voce del Professor Borges, sentirete riecheggiare i versi, non solo quelli più famosi, ma quelli che emozionalmente l’hanno colpito, d’altronde anche la sua letteratura, come tutto il mondo, è solo una proiezione di sé.
Le sue sono lezioni di letteratura emozionale, scandite da una narrazione pura o, come diremmo ora, immersiva nelle poesie e nelle storie. Immancabilmente anche digressiva, per costituzione borgesiana, e per vastità dell’argomento trattato, l’epica degli anglosassoni, che giunsero nelle Isole britanniche dopo che furono abbandonate dalle legioni romane nell’anno 449, compaiono poi le elegie anglosassoni, poesie solitarie e personali, dove compare per la prima volta il termine malinconia, «i poeti inglesi stavano obbligando una lingua di ferro, epica a esprimere tristezze personali». E le epoche, l’epoca vittoriana (1837-1900) un’epoca conservatrice che corrisponde all’auge del socialismo, momento di grandi dibattiti tra chi sosteneva la Bibbia e chi Darwin. In tempi di attacchi alla cristianità, Borges rispolvera la poesia cristiana: «le più importanti sono Il navigatore, in cui convivono orrore e fascinazione del mare e il Sogno della Croce, in cui la croce parla come se fosse un essere vivente». È una cavalcata tra storia e leggenda, mito e realtà, la tecnica di Borges è quella del chiaro scuro, d’altronde, «ogni inglese è un’isola», prendete William Blake, non si può inquadrare nel romanticismo e nemmeno nello pseudoclassicismo. Grazie ancora a Borges che ci svela come il movimento romantico non sia nato in Ger mania, ma in Scozia grazie a James Macpherson, autore dimenticato ma nobilitato anche da Spengler nel suo Il tramonto dell’Occidente (1923), e proseguì in Inghilterra con Wordsworth e Coleridge.




