L’Onu ha chiesto alla Gran Bretagna di erigere statue di persone africane nelle sue piazze per espiare la tratta degli schiavi. Non è una provocazione, non è una battuta da social, è una raccomandazione ufficiale arrivata dal Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale, il Cerd, lo stesso che a marzo ha spinto l’Assemblea a votare una risoluzione per chiedere risarcimenti formali alle ex potenze schiaviste. La tesi è semplice e, nella sua semplicità, totalitaria: Londra, insieme a tutte le altre nazioni che hanno praticato la schiavitù, ha un “obbligo” morale e legale di riparare i danni e non solo con i soldi. Le riparazioni, spiegano, non sono solo trasferimento di fondi ma «rimodellamento della società». Tradotto: riscrittura della storia e sostituzione dei suoi simboli. Nel rapporto si legge testualmente che «gli spazi pubblici dovrebbero onorare il contributo delle persone di origine africana», anche attraverso «l’installazione di opere d’arte e statue» che «riconoscano chiaramente i torti commessi da coloro che hanno sostenuto o tratto vantaggio da atrocità storiche». In pratica, dopo aver abbattuto le statue che non ci piacciono, costruiamo quelle che ci piacciono; dalla “cancel culture” alla “replacement culture”, secondo un meccanismo tipico dei regimi totalitari marxisti.
Non è un caso che il rapporto citi esplicitamente il 2020, l’anno di Black Lives Matter. Secondo gli esperti Onu, i manifestanti che vandalizzarono e abbatterono le statue di mercanti di schiavi come Edward Colston a Bristol sarebbero stati ingiustamente «denigrati» dai media, e la loro causa dipinta come «oscura» e «di sinistra». Fonti interne, citate dal Telegraph, precisano che la forma esatta che queste nuove onorificenze dovrebbero assumere spetterebbe ai singoli Stati. Un contentino per salvare la faccia. Ma l’indirizzo è chiaro: sostituire il pantheon nazionale con un cast scelto da Christopher Nolan. E non finisce qui. Perché la statua è solo la punta estetica di un programma molto più vasto e molto più invasivo. Le linee guida sulla «giustizia riparativa» chiedono a Londra di inasprire le leggi sull’hate speech, di rivedere i libri di testo scolastici, di «sradicare la xenofobia verso i migranti e altri percepiti come tali». I libri di scuola, si legge, «devono presentare resoconti accurati e imparziali sulla schiavitù, le sue conseguenze e le realtà attuali, basati su una ricerca approfondita».
E i leader politici «devono educare il pubblico sull’importanza della giustizia riparatoria per costruire una società sana e inclusiva». È il solito schema: prima ti dicono che devi vergognarti, poi ti dicono come devi educare i tuoi figli a vergognarsi meglio. Il tutto condito da un linguaggio orwelliano dove ogni imposizione diventa “educazione” e ogni censura diventa “lotta alla disinformazione”. C'è poi un passaggio che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme anche ai più distratti: lo stesso comitato invita anche le istituzioni “non statali” a rivelare la loro complicità nella tratta. Banche, assicurazioni, università, musei, Chiesa anglicana. Nessuno è innocente, tutti devono confessare, come nelle “sessioni di lotta” durante la rivoluzione culturale maoista.




