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Sottovalutare il pericolo cyber è un errore da non commettere: siamo a rischio anche noi

Sono tasselli di un mosaico che sembra far emergere una strategia ostile, sistematica e transnazionale, che dalla Scandinavia alla Germania, passando per la Francia, i Paesi baltici e altri Stati europei, punta a indebolire dall’interno i processi democratici
di Stefania Craxigiovedì 3 settembre 2026
 Sottovalutare il pericolo cyber è un errore da non commettere: siamo a rischio anche noi

3' di lettura

Le notizie e le analisi del Financial Times sull’attivismo russo fanno il paio con l’inchiesta diffusa da Le Monde sul finire di agosto e con le denunce del governo tedesco sulle responsabilità di Mosca relativamente ai droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Sono tasselli di un mosaico che sembra far emergere una strategia ostile, sistematica e transnazionale, che dalla Scandinavia alla Germania, passando per la Francia, i Paesi baltici e altri Stati europei, punta a indebolire dall’interno i processi democratici, manipolare l’opinione pubblica, condizionare le elezioni, erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Nessuno può immaginare che l’Italia sia esente da rischi. Sarebbe ingenuo pensare che il nostro sistema democratico sia impermeabile a operazioni di disinformazione, tentativi di interferenza o attacchi informatici, molti dei quali vengono contrastati in silenzio ogni giorno dal pregevole lavoro delle nostre strutture di sicurezza. E sarebbe altrettanto ingenuo credere che il governo Meloni e la maggioranza di centrodestra, che hanno mantenuto una posizione chiara e netta sulla collocazione internazionale dell’Italia e sul sostegno a Kiev, possano considerarsi al riparo da queste dinamiche inquietanti. È un fenomeno che non si vede, che non fa rumore, ma che cresce esponenzialmente. Solo nel primo semestre dell’anno, nel nostro Paese si sono registrati oltre 2000 eventi cyber, con un incremento del 47 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Davanti a questo scenario, la preoccupazione non è solo legittima ma doverosa e chiama in causa maggioranze e opposizioni. La sicurezza, tantopiù quella democratica, non è una bandiera di parte ma un interesse nazionale ed europeo. Per questo ritengo indispensabile un’iniziativa comunitaria forte, coordinata e immediata. Non possiamo permetterci risposte frammentate mentre attori ostili operano con metodo, continuità e obiettivi chiari. La difesa delle nostre istituzioni democratiche deve diventare una priorità condivisa, con strumenti comuni, capacità tecnologiche avanzate e una cooperazione stabile e rafforzata di alto livello tra gli Stati membri.

Serve una strategia europea integrata contro le interferenze straniere, capace di mettere ancor più in rete intelligence, competenze e tecnologie. E serve rafforzare la resilienza dei processi democratici, proteggendo le elezioni da manipolazioni digitali e operazioni ostili, investendo contestualmente nella sicurezza cibernetica e nel contrasto alla disinformazione, con standard comuni e capacità condivise.
Ma, soprattutto, dobbiamo promuovere una cultura della vigilanza democratica che non si esaurisca nell’azione delle istituzioni, ma coinvolga pienamente media e cittadini, in particolare i giovani e i giovanissimi. È indispensabile renderli consapevoli delle sfide che si stagliano all’orizzonte, offrendo strumenti di conoscenza che rafforzino le loro capacità critiche, il discernimento di chi abita la rete e la comprensione dei meccanismi con cui si diffondono manipolazioni, interferenze e contenuti ostili. Anche perché la vulnerabilità informativa non nasce solo da attori esterni, ma anche da asimmetrie cognitive, polarizzazione, algoritmi che premiano la conflittualità e modelli di business che incentivano la viralità rispetto all’accuratezza e che richiedono altresì una responsabilità da parte delle grandi piattaforme. È questa la sfida più immane del nostro tempo. Perché dobbiamo difendere la democrazia con la stessa determinazione con cui altri cercano di indebolirla.