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Altro che luoghi comuni: i proverbi sono cultura

"Il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale" è una parafrasi da San Bernardino da Siena e simboleggia l’ascesa al Cielo
di Claudia Gualdanavenerdì 18 settembre 2026
Altro che luoghi comuni: i proverbi sono cultura

4' di lettura

Le battute potrebbero sprecarsi. Perché se è vero che l’abito non fa il monaco è comunque inutile menar il can per l’aia e poi, insomma, basta perché il troppo stroppia. Tre proverbi in una frase. Viene in mente Pierluigi Bersani, quello che non è lì a pettinare le bambole: un campione del lessico dell’uomo comune. Quelle di Bersani però sono sparate con il copyright, nel senso che sono sue. «L’abito non fa il monaco» invece è antica, nobile e quando Libero, un paio di mesi fa, annunciando la nuova veste grafica, l’ha fatta propria con l’immagine di un frate col saio e il viso compunto, che sarebbe parso frate anche senza tonsura, l’ha molto azzeccata. Naturalmente il proverbio è riportato in Motto antico mai smentito. Storia e fortuna dei proverbi italiani di Maurizio Trifone (Carocci, p.326, € 26).

È la traduzione di un adagio medievale che troviamo anche nella Dodicesima notte di Shakespeare, laddove il buffone Feste proclama, con una variazione trascurabile, che il cappuccio non fa il monaco. Questo per chiarire fin da subito che Maurizio Trifone, dotto autore del Devoto-Oli dei sinonimi e contrari, ha scritto un libro che smentisce il pregiudizio sulla crassa ignoranza del popolo bue, il quale da sempre si esprime per proverbi, di cui ignora l’origine, è vero, tuttavia rendendo ragione alla storia e alla cultura maiuscole, sebbene in modo preterintenzionale. Oltre a Shakespeare, non crediate che nel libro ci sia gente da meno.
Prendiamo il celeberrimo «il lupo perde il pelo ma non il vizio», il quale è di derivazione romana, come molti proverbi, ma vale il doppio proprio per il valore totemico che il lupo ha nella tradizione dei padri: Lupus pilum mutat, non mentem, passato nella lingua italiana quasi per semplice traduzione.
Fu poi trascritto negli Adagia di Erasmo da Rotterdam, ma prima fu riportato addirittura dal Petrarca, proprio nel Canzoniere: «Vero è il proverbio, ch’altri cangia il pelo/ anzi che ‘l vezzo»: quando ripetiamo la storiella del lupo, di fatto citiamo Petrarca.

Nel libro troviamo anche Orazio, Dante, un numero imprecisato di santi e teologi, e poi poeti, bibliofili, raffinatissimi esegeti e filologi rinascimentali e Manzoni naturalmente. Una cosa che più divertente non potrebbe essere, perché rivela quanto i cosiddetti colti – a loro dire – siano a volte ignoranti quanto gli ignoranti per antonomasia, che si esprimono, appunto, per proverbi e sentito dire. Arrendiamoci alla saggezza popolare. Perché quando il barista sotto casa, per consolarvi di una disavventura, sentenzia che «il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale», sta parafrasando San Bernardino da Siena, ignoto ai più e tuttavia teologo di una certa importanza. La scala è infatti un simbolo cristiano, del resto bisogna pur arrampicarsi in qualche modo per arrivare al Regno dei cieli, ma ad approfondire si andrebbe troppo lontano, quindi meglio lasciar perdere. Sta di fatto che San Bernardino ha tramandato la favola della volpe e del lupo, in seguito riassunta nella sentenza di cui sopra che tutti conosciamo.

Non solo in Italia: la si ripete tale e quale in Francia e in Gran Bretagna e sorprende anzi che nell’elenco non ci siano Germania e Spagna, dato che nel libro di Trifone compaiono quasi sempre, insieme nella buffa condivisione di ovvietà che in origine tanto ovvie non erano. D’altronde l’Europa unita lo è stata per molti secoli: i proverbi sono lì a testimoniarlo. Leggere il libro per credere. Del resto non serve molta audacia, per leggere un saggio. Lo si scrive in ossequio al proverbio «la fortuna aiuta gli audaci», una delle più belle in assoluto, perché è un verso di Virgilio: Audentes Fortuna iuvat. Lo pronuncia Turno, Re dei Rutuli, quando esorta i suoi a rigettare in mare i soldati di Enea, che stavano portando nel Lazio una guerra di cui tutti conosciamo l’esito. Il verso torna, con qualche variazione, nelle Metamorfosi di Ovidio e anche nei Fasti: «Il dio stesso aiuta quelli che osano».

Altrove invece «la fortuna è cieca» perché così ha sentenziato Cicerone nel De amicitia. La speranza, dal canto suo, è l’ultima a morire perché era l’ultima dea, e addirittura qui per andare a scovare le origini c’è da scomodare la Teogonia di Esiodo. È insomma, questo libro, un viaggio nel tempo, nello spazio, nello straordinario intreccio della memoria culturale stratificata nei secoli in ogni latitudine d’Europa. Non mancano, ovviamente, le sorprese, o almeno tali saranno per quelli che qualche libro lo hanno letto – si suppone senza capirlo – e quindi al cospetto della sentenza «il fine giustifica i mezzi» tirano in ballo Machiavelli, quando in realtà non l’ha mai scritta. Infatti è di Ovidio, che l’aveva costruita in modo più avventuroso, diciamo, tant’è che in italiano sarebbe «il risultato riconosce la validità delle azioni». Troppo filosofica per arrivare a noi così com’era. Sta di fatto che il bel proverbio - il fine giustifica i mezzi - sfigura meno sulle labbra di chi ignora platealmente Machiavelli, perché almeno non lo tira in ballo a sproposito.