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La regressione Pd al comunismo anni '70

Dall’invito alla diserzione ai proclami contro il giogo Usa. Così il partito di Schlein torna alla linea del Pci di Berlinguer
di Antonio Soccivenerdì 18 settembre 2026
La regressione Pd al comunismo anni '70

4' di lettura

Il Pd di Elly Schlein – lo scriviamo da tempo - sta diventando un partito di sinistra radicale e il campo largo (con Avs e M5S), sembra una Centro sociale che non ha più nulla a che vedere con il vecchio Ulivo prodiano. Ieri Luigi Marattin, che pure del Pd è stato parlamentare, è arrivato a lanciare un pesante allarme: «Sono sempre stato contrario alle formule politiche del tipo “Comitato di salvezza nazionale” contro Tizio o Caio.

Dopo aver sentito leader e dirigenti nazionali e locali del Pd scagliarsi contro il neoliberismo, a favore della diserzione e per l’eredità del comunismo; dopo aver visto esponenti di Avs e M5S a pochi metri da chi aveva le bandiere di Hamas e di Hezbollah, sto tuttavia cominciando a cambiare idea. Penso occorra davvero un Comitato di Salvezza Nazionale. Contro una possibile vittoria del Campo Largo».

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MALESSERE PROFONDO
Attualmente Marattin è leader del Partito liberaldemocratico, una piccola formazione centrista che pare andare verso un’alleanza con Azione di Carlo Calenda, anch’egli proveniente dal Pd. Sono usciti dal Pd pure altri riformisti, come Pina Picierno (vicepresidente del Parlamento europeo). Segnali di un malessere profondo per il ritorno del Pd al rosso antico, il suo divorzio dal riformismo, dal ceto medio e dall’Occidente.

Sempre ieri Marattin ha scritto su X: «E voi che pensavate che l’attacco al neo-liberismo della segretaria Schlein - o l’invito alla diserzione della segreteria dei giovani fosse abbastanza. Sentite un po’ qua invece, va». Sotto queste parole ha pubblicato il video di un giovane che dal palco della Festa dell’Unità, con la scritta Partito democratico, tuona fra le acclamazioni del pubblico: «Sì, noi siamo i figli, noi siamo i nipoti della storia del comunismo italiano e nel concreto dobbiamo liberarci dal giogo imperialista di Trump e degli Stati Uniti, dall’oppressiva retorica sionista, dalla tentazione di cedere alle sirene del capitalismo, del capitale, del liberismo e salpare finalmente con coraggio verso nuovi orizzonti». utto questo accanto al simbolo del Pd. Marattin ha osservato: «Quando militavo io nel centrosinistra, queste cose le dicevano solo Rifondazione Comunista e Socialismo Rivoluzionario.

E questo è il Pd, eh. Il partito-perno della coalizione. Poi ci sono Avs e M5S, che vanno in piazza con chi porta le bandiere di Hamas e Hezbollah. Sarà studiato nelle scuole, quello che è successo al centrosinistra in pochi anni». I media, concentrati tutti e solo su Vannacci che, grazie alla loro cassa di risonanza, sottrae voti al centrodestra, hanno evitato di riflettere su ciò che sta accadendo nel centrosinistra. Forse per non riconoscere che, in fondo, il Pd era solo una maschera per una classe dirigente, in larga parte, proveniente dal Pci. O per non riconoscere che Berlusconi non aveva tutti i torti quando, dal 1994 in poi, ha continuato a recitare la litania Pci-Pds-Ds-Pd e a pungerli chiamandoli “comunisti” suscitando la reazione stizzita anche degli opinionisti dei giornaloni che ripetevano che i comunisti non ci sono più e che lui voleva far credere agli italiani che esiste Babbo Natale. La Schlein, nel 2024, rappresentando Enrico Berlinguer sulla tessera del Pd, non ha fatto solo una scelta sentimentale, ma un’operazione-verità: ha abbassato la maschera di un Pd che dentro, pur con le mosche cocchiere della sinistra Dc (sempre più a disagio), è rimasto a quel passato e che ancora venera Berlinguer come il suo santo laico.

Nei giorni scorsi ha fatto notizia la Segretaria nazionale dei Giovani Democratici, Virgilia Libero, che ha dichiarato «ve lo diciamo a gran voce: non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Noi organizzeremo i disertori». Nessuno ha ricordato un episodio passato. Era il 1950, in piena guerra fredda. Berlinguer era a capo della Fgci e – scrive Chiara Valentini nella sua biografia – «aveva affermato che, in caso di guerra, i giovani italiani non avrebbero mai combattuto contro l’Urss, provocando un duro discorso di risposta di De Gasperi in persona». L’Urss si stava mangiando mezza Europa e Berlinguer, a quel tempo, definiva Stalin come «il miglior amico e maestro della gioventù, il difensore della pace e il campione della liberazione del genere umano».

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ALTRI TEMPI
Si dirà che erano altri tempi. Ma Berlinguer è sempre rimasto comunista, non fece mai autocritiche, né riconobbe l’orrore del comunismo, né abbandonò il Partito che anzi guidò per tutta la vita. Certo dopo la destalinizzazione di Mosca, mai ripeté quelle parole, ma ancora negli anni Settanta affermava la superiorità etica dei regimi dell’est europeo su quelli capitalisti. Questa è la storia del Pci. Sta tornando, sia pure in forme diverse?

Il miglior allievo di Berlinguer, Massimo D’Alema, secondo le cronache degli ultimi giorni, è riapparso nel dibattito sul campo largo, con un’iniziativa di ItalianiEuropei a cui ha partecipato la Schlein. D’Alema è colui che nel maggio 1995, da segretario del Pds, andò in visita alla City di Londra e in quel tempio del capitalismo rivendicò il merito delle privatizzazioni e disse che la Sinistra voleva in Italia una “rivoluzione liberale”.

Dopo 25 anni, nel 2020, nel libro Grande è la confusione sotto il cielo, D’Alema appare molto cambiato. Ed è interessante leggere le sue considerazioni sulla Russia di Putin e sulla «straordinaria della modernizzazione della Cina» e il «suo prepotente riemergere come grande potenza mondiale». Anche questa cornice internazionale, che vede gli Usa e l’Occidente sotto attacco, fa capire la regressione del Pd verso il passato.

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