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Georges Simenon: domeniche, osterie e il mistero sotto la normalità

È proprio qui che levitano le storie drammatiche in cui il male si nasconde sotto le apparenze di una tranquilla esistenza abitudinaria
sabato 19 settembre 2026
Georges Simenon: domeniche, osterie e il mistero sotto la normalità

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È una domenica estiva, scintillante, sonnolenta. Tutto è come sempre, la routine è quella abituale, nel preparare il ristorante pronto ad accogliere i clienti che arriveranno a pranzo. Fuori, nella Costa Azzurra avvolta dal calore, il frinire delle cicale, il riverbero del mare, i turisti pigri e quasi sonnolenti, una cornice quasi convenzionale. Ma sotto la superficie piatta, sotto le ore che scorrono lente, quelle di una domenica come tante, si nasconde un pensiero fisso, colmo di rabbia e di violenza, pronta ad esplodere. Come un’onda che non si può arginare. E proprio in questa domenica mattina, mentre il sole filtra dalle persiane, si capisce, inesorabilmente, che il punto di non ritorno è stato superato e il meccanismo del male è già scattato. Georges Simenon dipinge una storia delle sue, dal ritmo implacabile, dall’epilogo improvviso e quasi beffardo, con l’umanità ferita e incapace di fare i conti con i propri limiti. È il racconto di Domenica, (Adelphi, pp. 159, euro 18).

Émile Fayolle è uno chef, ma è soprattutto colui che ha il suo centro di gravità permanente, nel bene e nel male, proprio nel ristorante ristrutturato nei pressi di Cannes e che lui ha rilevato dai genitori della moglie. Cambiando prospettiva e centrando lo sguardo proprio sul ristorante, sulla cucina, sugli odori e i profumi, i bicchieri riempiti e svuotati, si ritrova l’atmosfera più tipica della narrativa simenoniana: gli interni dei bar, dei bistrot, delle locande, degli alberghi, quelli di lusso e quelli più modesti, a conduzione familiare, che siano a Parigi, nella provincia più remota o quella più mondana, fino a certi paesi fiamminghi...
Allo scrittore piaceva molto passare le ore nelle sale frequentate da clienti fissi, sentire il rumore delle monetine battute sui banconi di zinco, lo sbuffo delle macchine per il caffè, le stanze con i cuscini imbottiti di piume d’oca, il rumore delle strade, il mormorio di un fiume o del mare a pochi passi.

È il leitmotive di quasi tutti i romanzi e in particolare in quelli in cui campeggia la figura del commissario Maigret, il cui talento come poliziotto è forse pari al suo palato sopraffino e alle sue conoscenze culinarie. Le sue indagini si snodano spesso tra bicchieri di vino e di birra, passando ovviamente per i tavoli in cui si concede delizie di ogni genere. Non fanno da sfondo, sono veri e propri protagonisti. Ne L’impiccato di Saint – Pholien, uno dei primi gialli in cui appare il commissario, fa diventare parte della storia un piatto di cozze con le patatine fritte, tipiche del Belgio e di Liegi, di cui era originario. La signora Maigret è una cuoca sopraffina e la Brasserie Dauphine, a pochi passi del Quai des Orfèvres, la mitica sede della Polizia giudiziaria, è il luogo dove il commissario elabora lentamente le idee su molte inchieste e che diventa spesso il quartier generale da dove dirige i passi della sua squadra. Nella realtà non esiste, almeno non questo nome. Esiste invece un café-restaurant «Aux trois marches», ai tre scalini, anche se ha cambiato nome. Per Simenon la “cucina di casa” segna l’animo e i ricordi, la cucina semplice e povera, fatta di fondi di prosciutto, coste di sedano, lardo, crauti, salsicce, strutto, patate che ben amalgamate diventano un piatto prelibato di Choucroute alla Parigina. Alla ricerca di sapori autentici Simenon ama e rimpiange anche i mercati, con le bancarelle, ogni tipo di mercanzie esposte e i venditori vocianti.

Dalle pagine di Un Banc au Soleil, Una panchina al sole, commovente opera autobiografica, emerge la fotografia in bianco e nero di quel mondo perduto: «Quei locali erano frequentati solo dagli habitué, cocchieri, autisti o gente come me cui piaceva una cucina popolare, non ricercata. preparata dalla padrona. Il bancone era di stagno e vi si mesceva vino prodotto dal fratello, dal cugino o dal cognato dell’oste; vinelli locali che non si trovavano ai mercati generali di Bercy».
C’è il dettaglio del menu scritto su una lavagnetta e comprendeva «un solo piatto, oltre alle sardine e al sedano bianco». Era il padrone stesso a fare il servizio al tavolo «a meno che non ci fosse una figlia o una nipote, in grembiule nero, a dargli una mano. La cucina era separata dalla sala da una porta a vetri attraverso la quale si vedeva la padrona affaccendata ai fornelli. Dalla cucina si diffondeva un buon odore così che non era necessario leggere la lavagnetta per sapere che cosa ci fosse da mangiare». I ristoranti a prezzo fisso dove i clienti habitués hanno il loro portatovagliolo, le osterie fuoriporta con i balli popolari accompagnati dalla fisarmonica, senza dimenticare i grand hotel in cui transita un’umanità variopinta e senza pace. È proprio qui che levitano le storie drammatiche in cui il male si nasconde sotto le apparenze di una tranquilla esistenza abitudinaria, quando non esibisce il suo volto apertamente, nei sordidi alberghi a ore e nei locali equivoci che esistono in tutte le città del mondo.