È che forse è il segno dei tempi. E non che ci sia qualcosa di male, per carità, ognuno è figlio della sua epoca: ma che epoca è quella per cui, per star bene, neanche per sballarti o tirar tardi o far serata esagerata, ti ritrovi col braccio tappezzato di stickers e bollini come la buccia di una banana in vendita al super? È la nuova moda del momento, social (manco a dirlo), virale e virilissima (idem), che spopola tra gli adolescenti come una volta andavano per la maggiore le figurine dei calciatori, celo-celo-mimanca: solo che questi sono “cerotti” alla dopamina (oppure alla serotonina), non ci riempi un album comprato in edicola ma ti ci “foderi” il corpo e dovrebbero funzionare più o meno come quelli per smettere di fumare.
COME FUNZIONANO
Ne appiccichi uno all’avambraccio, o alla schiena, o un po’ dove ti pare, e il gioco (hanno una durata intorno alle otto ore, a condizione di non rimuoverli) è fatto: in realtà è un tantinello più complicato di così, a differenza dei patch-anti fumo questi non rilasciano direttamente dopamina sulla cute ma (dicono i loro produttori) altre sostanze che dovrebbero aumentare i processi con cui il nostro organismo sinterizza e regola i neutotrasmettitori della felicità. Epperò il punto, oramai, non è nemmeno se funzionino o no.
L’Advertising standards authority britannica (che è l’ente inglese che regola la pubblicità oltre Manica) d’altronde ha già detto che ni: sulle promesse scientifiche di questi adesivi famosi in tutto il mondo (tra i ragazzini) ci sono più dubbi che certezze e, alle volte, secondo Londra, potrebbero addirittura presentare dei piccoli rischi (metti che uno, e magari è un’adolescente e non gli era mai capitato prima, sviluppi una qualche forma di allergia).
Ciò che è sicuro, semmai, è l’“effetto placebo” ma sul fronte antropologico: per noi, generazione degli anta, sono persino difficili da immaginare, ma come, a quell’età, quando l’allegria ce la conquistavamo con molto meno, uno scherzo al citofono del vicino o tutti giù in piazza a riempirci di gavettoni se era estate o di palle di neve se faceva più freddo; eppure per loro, per i giovani, i giovanissimi della generazione z che sono nati a cavallo del secolo, sono diventati un non-più-senza (pardon, un must: si dice così). Con la faccina che sorride, con la scritta rigorosamente in inglese “dopamine patches”, blu, gialli, arancioni: forse non è solo la nuova frontiera del wellnes, come ce la vogliono vendere, forse è molto di più. È un’era che per essere contenta deve dirselo tramite un adesivo infilato su per il bicipite (dove noi si faceva a gara coi tatuaggi temporanei per bambini, mai una volta che venivano come da disegno sulla plastichina).
Spopolano, invece, i “cerotti alla dopamina”, sugli onnipresenti social network e, soprattutto, sul planetario Tik Tok. Costano una sciocchezza, su Amazon è possibile acquistarne una confezione da 36 per poco meno di dieci euro. Che davvero vadano a influire su umore, gioia, spensieratezza, a questo punto, è del tutto secondario: è già il gesto (di per sé tristarello) di ricorrere a un espediente del genere per strappare un sorriso in più al giorno che vale. Europa (il fenomeno non è solo italiano), Occidente, 2026.
LA COMPOSIZIONE
Mezzo “chimica” (per modo di dire: la formulazione di questi stickers è un estratto di mucuna pruriens, 5-htp, lion’s mane e rhodiola, cioè piante, integratori e funghi che dovrebbero favorire la lucidità mentale e la gestione dello stress, almeno questo è quel che sta scritto sulla scatola) e mezzo desiderio generazionale, indicativo quel che basta e, a occhi più adulti, altrettanto disperato. (Tra parentesi: è vero che la mucuna pruriens contiene una molecola, la l-dopa, che il nostro corpo può teoricamente trasformare in dopamina, ma da qui al ritrovato “miracoloso” che basta un adesivo sul polpaccio per chiudere l’eterno capitolo della ricerca della felicità, ce ne passa). Tutto il resto è marketing di massa, e quello sì che funziona alla perfezione.




