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Porsenna, l’ottavo re (nascosto) di Roma

Da oggi è in libreria "Crimini e misteri nella Roma antica" (Giunti, 312 pp., 16, 90 euro) di Silvia Stucchi, un saggio articolato in sedici capitoli che ci conducono alla scoperta, come recita il sottotitolo, dei casi irrisolti della storia romana
di Silvia Stucchimartedì 13 ottobre 2026
Porsenna, l’ottavo re (nascosto) di Roma

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Quanti sono stati i re di Roma? Sette, lo sanno anche i sassi (...) Eppure, è noto che sul Campidoglio c’erano otto e non sette statue di re. L’ottava statua era stata identificata con Tito Tazio, il sabino che regnò con Romolo (...) oppure con Bruto stesso. Ma forse non si trattava di Tito Tazio, il vecchio e pacifico re dei Sabini, bensì di Porsenna: sì, perché il sovrano di Chiusi, dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, avrebbe conquistato Roma. In effetti le fonti ci lasciano intendere che la fuga di Tarquinio il Superbo non chiuse del tutto i conti dei Romani con il tiranno, e non pose fine nemmeno al valzer dei condottieri etruschi. La tradizione cerca infatti di occultare questo avvenimento, ma a chi sa leggere bene dentro le fonti è chiaro che un altro avventuriero, ossia un ottavo re, si impadronì della città fondata da Romolo. E quel re fu proprio Porsenna, il sovrano etrusco di Chiusi. Cacciato da Roma insieme a moglie e figli, Tarquinio il Superbo non può arrendersi in questo modo alla sconfitta. E, dato che l’alleanza con Tarquinia e Veio non gli ha consentito di ottenere quanto voluto, si rivolge a Porsenna, re di Clusium, l’odierna Chiusi. Il re Porsenna o, per dirla all’etrusca, Larth Porsena, regnava pertanto su una città la cui influenza nell’Italia centrale era sempre più importante. (...)

Porsenna accettò di aiutare il Superbo perché Roma, sfuggendo con la cacciata dei Tarquini all’influenza etrusca, creava uno sbarramento sul percorso che conduceva dall’interno dell’Etruria verso la Campania, dove Cuma era in ascesa. Insomma, Porsenna decide di imbarcarsi nell’impresa perché intenzionato a restaurare e consolidare un asse di comunicazione fra i territori etruschi posti più a nord e quelli della Campania. Ed è a questo punto che si innesta il racconto più celebre di Tito Livio; Porsenna, pur tanto potente, non riuscì a prendere Roma grazie all’eroismo dei suoi cittadini, quell’eroismo immortalato da Livio in figure e racconti esemplari (...) Addirittura, Porsenna sarebbe stato talmente colpito e ammirato dalla virtù dei Romani da diventare loro amico. L’annalistica, cioè la prima forma di storiografia romana, elaborò questa narrazione edificante; ma, a ben guardare, il racconto leggendario è infarcito di incongruenze in tutte le fonti che ce lo hanno tramandato, ovvero Dionigi di Alicarnasso (5, 23-22), Tito Livio (2, 10-13), Plutarco (Vita di Publicola, 16-19; Vita di Numa, 6-7) e Floro (1, 10). In queste versioni, i cittadini romani danno prova di eccezionale valore con una serie di prodezze, in struttura ternaria, attribuite a Orazio Coclite, a Muzio Scevola e alla fanciulla Clelia, tre personaggi che tutti conosciamo bene (...).

Porsenna negoziò dunque con Roma, i Romani restituirono il territorio di Veio di cui si erano impadroniti e riuscirono a liberare anche il Gianicolo dalle truppe di Porsenna. (...) Il racconto delle imprese di Porsenna a Roma è quanto meno sospetto: egli, infatti, sarebbe partito in origine per rimettere sul trono i Tarquini, spinto dal senso di lealtà per un sovrano (...) suo pari; ma poi, colpito dalla virtù e dal coraggio dei Romani, avrebbe abbandonato la difesa degli interessi di Tarquinio, e sarebbe diventato amico di Roma, prendendo sotto la sua ala protettrice la nascente repubblica.

I racconti tradizionali non sono davvero chiari in proposito, e possono far pensare a noi, moderni e smaliziati, che la soluzione del problema sia una sola, nascosta «dietro la fantastica cortina di fumo nazionalista» (...) data dalle gesta degli eroi romani. Porsenna prese Roma, la conquistò e cercò di ristabilire l’ascendente della città sul Lazio, non a beneficio di Tarquinio e della sua discendenza, ma a proprio beneficio (...). Porsenna, dunque, sarebbe stato il re dimenticato dalla tradizione. Ma la ricostruzione eroica delle gestadei Romani non arrivò a cancellare le tracce della realtà storica, ovvero della resa di Roma al re di Chiusi. Ne abbiamo, infatti, almeno tre indizi. Il primo riguarda la consegna da parte di Roma a Porsenna di una serie di ostaggi: di fatto, con questo atto Roma si sottomette al re vincitore con una pratica universalmente riconosciuta, che fa parte del diritto di guerra.

E ancora: Plinio il Vecchio, ci riporta un dettaglio del trattato firmato da Roma con Porsenna (Nat. Hist. 34, 139): nel trattato che Porsenna diede al popolo romano dopo la cacciata dei re, troviamo la clausola esplicita di non usare il ferro se non in agricoltura: un indizio abbastanza eloquente di disarmo. Ma se due indizi non bastassero, eccone un terzo; sempre dalle preziose testimonianze di Dionigi di Alicarnasso (5, 35, 1) ricaviamo l’idea che Roma si sarebbe arresa a Porsenna: dopo la partenza dei Tirreni, radunatosi il senato di Roma, esso decretò che si mandassero a Porsenna il trono d’avorio, lo scettro, il diadema e la veste trionfale con cui si adornavano i re di Roma. Il senato conferisce a Porsenna gli stessi attributi regali che erano stati di Tarquinio; e, se due indizi fanno una prova, tre prove costituiscono una certezza: Porsenna fu effettivamente, per breve tempo, re di Roma.