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BOLSENA E BAGNOREGIO CAPITALI DELL’ARTE CONTEMPORANEA

di Emanuele Ricuccimartedì 13 ottobre 2026
 BOLSENA E BAGNOREGIO CAPITALI DELL’ARTE CONTEMPORANEA

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Civita di Bagnoregio, con Bolsena, Capitale italiana dell’arte contemporanea 2028. Progetto «Arte che viene, arte che va», un milione di euro in dote, superate Capri, Padova e Pozzuoli. L’ha deciso la giuria presieduta da Lorenza Baroncelli, dopo le audizioni pubbliche dell’otto ottobre. Civita è un fatto di tufo e ostinazione. Fondata dagli Etruschi duemilacinquecento anni fa, mangiata a morsi dall’erosione, ha trovato in Bonaventura Tecchi il suo notaio malinconico: «la città che muore». Qui, nasce uno dei padri della cristianità e del pensiero d’Occidente, San Bonaventura, tra i più importanti biografi di Francesco d’Assisi.

E oggi? Un centro vivo, esemplare, frequentato da grandi personaggi della cultura e delle istituzioni. Luogo contrapposto ai non luoghi del presente. Migliaia di viaggiatori da tutto il mondo attraversano il ponte pedonale per entrare in un borgo dove abitano una decina di anime. Il resto d’Italia, davanti a numeri simili, si sarebbe già fatto parco a tema. Civita no. Chiede cinque euro nei giorni di folla, resta raggiungibile solo a piedi, difende il silenzio dove il silenzio è sopravvissuto. È l’overtourism che non ha ucciso il luogo, perché il luogo era già abituato a morire, rinascendo ogni volta. Ora l’arte contemporanea bussa all’antico, e non per profanarlo.

Ma per proseguirlo: «patrimonio permanente», commenta il ministro Giuli. L’impulso verso l’Assoluto che fu di Raffaello, nelle stanze vaticane, ispirato dal miracolo di Bolsena (la Messa di Bolsena), dialogherà, dalla stessa terra, con gli interventi permanenti di Carsten Höller, Eva Jospin, Chiara Camoni e Nico Vascellari, lungo un cammino che unisce Civita a Bolsena, il lago, il Corpus Domini, l’altra metà del fiato. E un bus-laboratorio, il «Baleno» disegnato da Tobias Rehberger, porterà l’arte nelle scuole. Non l’evento che passa, ma l’opera che resta: un patrimonio permanente. Un borgo, come un uomo, non si salva imbalsamandolo, ma lasciandolo respirare. Civita muore da secoli. È il suo modo, ostinato e magnifico, di restare viva.