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Candidato alla guida della Cdu

Euro, la confessione dell'erede della Merkel, Friedrich Merz: "Fa bene solo alla Germania"

10 Novembre 2018

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Friedrich Merz

È sempre più serrata in Germania la corsa per la successione di Angela Merkel alla guida del partito democristiano Cdu, che la cancelliera, delusa dalle elezioni locali in Baviera e Assia, lascerà al congresso di Amburgo del 7 dicembre, per concentrarsi sul governo federale. E c’è chi lancia bordate sul rapporto fra l’andamento economico della Germania e la tenuta dell’euro.

Favorito fra i pretendenti è reputato l’ex-capogruppo della Cdu al Bundestag, Friedrich Merz, che compirà 63 anni giusto domani, e che ha annunciato la sua candidatura a leader del partito fin dal 30 ottobre. Ha lanciato un insospettato assist alle politiche della Banca Centrale Europea, nonostante sia esponente della corrente conservatrice della Cdu, sostenendo che la Germania si è molto avvantaggiata del basso valore dell’euro. Ovvio il riferimento alle esportazioni, tuttora i “pistoni” della locomotiva tedesca. Non a caso la Germania è accomunata all’Italia, nell’aver conservato una robusta manifattura, altrimenti in crisi nel resto d’Europa, grazie all’export. A differenza, ad esempio, di quella Francia la cui bilancia commerciale con l’estero è malmessa.

Merz ha lanciato il suo sasso nello stagno dalla Gran Bretagna, invitato a un convegno del “think tank” Chatham House: «Bisogna ammettere con franchezza che la Germania ha beneficiato dell’euro debole, che per altri stati continua a mostrarsi forte». E poi: «Nonostante gran parte dei tedeschi siano contrari alle politiche della Bce, queste hanno beneficiato proprio la Germania». Merz ha detto ciò che la Merkel non ha mai ammesso, pur conoscendo l’impatto delle esportazioni sul contenimento della disoccupazione attorno a un buon 3,4%, con tasso di crescita del Pil sul 2%.

Conservatore - Merz esprime la parte più conservatrice della Cdu, legata ai vecchi notabili della Germania Ovest pre-riunificazione, nello stile del defunto Helmut Kohl, sostiene il taglio delle tasse e le massime agevolazioni agli imprenditori. Quadra che il suo mentore sia, pare, il presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble, apostolo di Kohl. Merz avrebbe potuto lanciare strali sulla Bce, per cavalcare i malumori della popolazione, che ritiene di sacrificarsi per gli “spendaccioni” dell’Europa del Sud. Ma è uno che di alta economia se ne intende, anzi ci campa. Infatti lavora al vertice della filiale tedesca di BlackRock, colossale fondo di investimenti americano la cui fortuna globale, fra proprietà e asset diretti o indiretti, è valutata in 6300 miliardi di dollari.

Dice chiaro ai tedeschi che, in fondo, con l’euro ci hanno guadagnato. E che, se è vero che negli anni Novanta la moneta unica era stata “inventata” dagli altri Paesi come “camicia” per imbrigliare la potenza del marco tedesco, negli anni Berlino è riuscita, con pazienza, a ribaltare le parti. Si ricorderà che un rapporto emesso dalla Bundesbank il 3 agosto 2017 aveva già rimarcato come la politica espansiva della Bce, con bassi tassi d’interesse, avesse consentito alla Germania di risparmiare più di tutti gli altri Paesi europei in interessi in meno pagati sui titoli di Stato. In 10 anni, 240 miliardi di euro, il 7,7% del Pil tedesco del 2016.

Chi comanda nella Cdu - Nello stesso periodo anche l’Italia aveva risparmiato molto, 176 miliardi, ma la cronica voracità del nostro bilancio statale aveva nel nostro caso vanificato il risultato. Merz si presenterà al congresso di Amburgo come un grande “conciliatore” della nazione, più statista che uomo di partito, convinto di stoppare la principale rivale, seguace della Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, e a maggior ragione il terzo incomodo, il ministro della Salute Jens Spahn, più defilato.

Proprio come un nuovo Kohl, che vuol, sì, mantenere prerogative di sovranità, ma senza mettere in discussione lo strumento euro, tenendolo calibrato in termini vantaggiosi per la Germania. Dati i contatti privilegiati dovuti al suo lavoro privato per BlackRock, è anche possibile che spinga per promuovere un generale riavvicinamento all’America, volente o nolente la cancelliera Merkel, la cui poltrona al governo potrebbe anche rivelarsi più traballante del previsto dopo il rinnovo della guida del partito.

I commentatori ritengono infatti che se la Kramp-Karrenbauer non diventasse capo del partito, lo scollamento delle posizioni fra partito e cancelleria potrebbe anche anticipare al 2019 la fine del mandato della Merkel, che pure di recente aveva ribadito di voler rimanere al governo fino alla scadenza nel 2021. Complici del probabile segretario Merz sarebbero anche le elezioni europee del prossimo maggio, test cruciale di una Cdu in trasmutazione.

di Mirko Molteni

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