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Antonio Socci, le storture dell'Europa: Italia, bilancio in attivo da 30 anni. Ma ci rovinano gli interessi

Antonio Socci
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È umiliante che il governo faccia passare gli italiani in Europa per straccioni che vogliono campare sulle spalle degli altri, addirittura con l'Olanda che ci ordina di eliminare "quota 100" quando fra le Raccomandazioni del Consiglio dell'Ue alla stessa Olanda, nel 2019, c'è proprio una critica al suo sistema pensionistico («vi sono ripercussioni negative sull'equità intergenerazionale, sulla trasparenza in materia di diritti pensionistici e sulla flessibilità»). Dilaga la narrazione anti italiana, ma i veri dati dicono l'opposto. Anzitutto l'Italia è un contributore netto del budget comunitario: dal 2000 al 2017 ha "regalato" alla Ue 88,720 miliardi (fonte RGS: è la differenza fra i versamenti e gli accrediti). Inoltre ha contribuito per 58,200 miliardi (fonte Def 2019) ai fondi salva stati. In totale 146,920 miliardi di euro degli italiani "regalati" agli altri paesi europei. Una cifra enorme con cui avremmo potuto fare infrastrutture, drastici tagli di tasse e ospedali e invece sono altri paesi della Ue ad averlo fatto con i nostri soldi (magari gli stessi che poi ci dicono che dobbiamo tassarci e fare tagli). Che la Ue, per l'Italia, sia stata (e sia) un colossale costo e che l'Italia per la Ue, sia una mucca da mungere è la realtà incontestabile. Ma questo non ve lo dicono mai. 

 

Oggi si vuole continuare a "mungere" il contribuente italiano e non si vuole che l'Italia se ne vada sbattendo la porta perché gli altri perderebbero la mucca. Passiamo ai conti pubblici. Italiani spendaccioni? Al contrario, siamo fra i più virtuosi. Per esempio il professor Marco Fortis, sul Sole 24 ore, scriveva: «L'Italia è uno dei paesi più disciplinati nel rispettare le regole europee di finanza pubblica... sin dal 1992 l'Italia è sempre stata in avanzo statale primario con la sola eccezione del 2009: un record assoluto a livello mondiale». Questi 28 anni di bilanci statali attivi ci sono costati lacrime e sangue (e hanno depresso il nostro sistema produttivo): vogliamo almeno rivendicare la nostra virtù e non farci sputare addosso? 

SISTEMA MONETARIO
È vero, poi ci fregano gli interessi sul debito pubblico, fra i 50 e i 70 miliardi l'anno. Secondo la vulgata - ripetuta dai media - quel debito pubblico è "la prova" dei nostri sprechi. Ma non è vero. Nel 1980 il nostro rapporto debito/Pil era virtuosissimo: al 56,8 per cento. Dal 1981 di colpo il debito è esploso e nel 1994 è arrivato al 121,8 per cento del Pil. Che è successo? Follia spendacciona? No. In quel fatale 1981 ci fu il "divorzio consensuale" fra Banca d'Italia e Tesoro (firmato dal ministro Nino Andreatta e dal governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi) cosicché lo Stato perse il controllo degli interessi sul debito e si espose alla speculazione. Quel "divorzio" era conseguenza dell'ingresso dell'Italia nel Sistema Monetario Europeo (Sme), primo passo verso la moneta unica. Quindi anche per il debito pubblico dobbiamo ringraziare l'Europa. 

Col debito - scrive Alberto Bagnai - crebbe anche la disoccupazione (fino a raddoppiare) e «si fermò il potere d'acquisto delle famiglie». Il nesso fra quel divorzio e l'esplosione del debito pubblico è stato spiegato da Bagnai nel "Tramonto dell'euro". Ma già il diretto interessato, il senatore Andreatta, in uno storico articolo sul Sole 24 ore del 26 luglio 1991, lo riconosceva lealmente: «Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l'escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato». Si era infatti avviato un colossale trasferimento di sovranità dai popoli e dagli stati ai mercati. Tutto poi è stato confermato dall'allora governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che, rievocando nel 2011 quell'evento, riconobbe lealmente che «gli effetti del "divorzio" sulla politica di bilancio non sono quelli sperati» e «il rapporto tra debito pubblico e prodotto supera il 120 per cento del prodotto nel 1994». 

 

INFLAZIONE
Cioè era raddoppiato in 13 anni. Fra l'altro Draghi ricordò che gli oppositori dello Sme, nel 1981, erano «timorosi del rialzo dei tassi d'interesse reali» e agitarono «lo spettro della deindustrializzazione del Paese». Infatti siamo finiti nella deindustrializzazione. Certo, secondo Draghi quel "divorzio" quantomeno abbatté l'alta inflazione. Ma Bagnai ha mostrato (e non ho ancora trovato una confutazione convincente) che in realtà quell'inflazione fu provocata dall'esplosione del prezzo del greggio dovuta alle crisi petrolifere del 1973 e del 1979 e rientrò, negli anni Ottanta, quando la situazione mediorentale si normalizzò e il prezzo del petrolio crollò del 75 per cento. Un'ultima nota per confrontare l'Italia con l'Olanda e gli altri paesi. 

Secondo i dati sul debito aggregato dei Paesi, pubblicati nel 2019 dall'Istituto della finanza internazionale, molti Stati dell'eurozona ritenuti virtuosi per i loro debiti pubblici, in realtà hanno elevati debiti privati. L'Olanda è fra i paesi messi peggio. Mentre in Italia il debito pubblico è equilibrato da un forte risparmio privato che rende il sistema del tutto sostenibile. Siamo migliori degli olandesi. L'Italia è stata anche fra i paesi più virtuosi (cioè più fessi) della Ue nella riduzione del rapporto deficit/pil e proprio questa austerità germanica ha devastato la nostra economia. Il fatto stesso che ora per il Covid sia stato sospeso il "Patto di stabilità e crescita" della Ue per far ripartire la crescita dimostra che quel patto dà effetti opposti a quelli promessi. È un patto di stupidità e decrescita. Questa è la Ue.

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