Libero logo

Il capitalismo familiare è ancora capace di attrarre i giovani

Tra le innumerevoli complessità che rendono il nostro sistema socio-economico fragile e in seria difficoltà ad accelerare la crescita del Pil, ci sono quelle riguardanti la così detta fuga dei cervelli e il disimpegno delle dinastie imprenditoriali famigliari
di Bruno Villoissabato 14 febbraio 2026
soldi euro pensioni

soldi euro pensioni

3' di lettura

Tra le innumerevoli complessità che rendono il nostro sistema socio-economico fragile e in seria difficoltà ad accelerare la crescita del Pil, ci sono quelle riguardanti la così detta fuga dei cervelli e il disimpegno delle dinastie imprenditoriali famigliari che, nei cambi generazionali, hanno convertito verso la finanza i loro investimenti, rinunciando a guidare le grandi imprese di famiglia, alla cui guida sono subentrati fondi di private equity, soprattutto esteri. I due casi sono disgiunti ma significativamente collegati tra loro e incidono significativamente sulle ricadute negative sul nostro sistema produttivo. La grande Fiat in Italia e parimenti la Ford negli Usa, negli anni del dopoguerra e fino alla loro conduzione famigliare, mettevano al primo posto a pari importanza gli investimenti e gli stimoli del capitale umano, per ogni tipo di mansione, ad essere orgoglioso di lavorare nelle loro aziende.

Il manager Fiat che formò Giovanni Agnelli, Vittorio Valletta, era un uomo di industria e riteneva fondamentale che il suo stipendio in confronto a quello del suo operaio meno qualificato avesse multipli infinitamente inferiori agli attuali e la sua filosofia la trasferì all’azionista Agnelli e altrettanto fece, il suo pari livello, ai Ford. Adesso l’attrattività a lavorare in un grande azienda si è annichilita e lo stimolo dei giovani con ogni tipo di preparazione, dal generico al laureato, non sta ottenendo, ormai dalla scomparsa di tutti di vertici imprenditoriali famigliari e il passaggio al capitalismo dei fondi, stimoli né salariali, né di carriera che lo convincano a rimanere in Italia. Sono oltre 400mila i giovani, in gran maggioranza laureati, che negli ultimi 15 anni si sono trasferiti all’estero, oltre 100mila in Spagna, mentre gli spagnoli venuti a lavorare in Italia sono circa un loro decimo. In terra iberica guadagnano fino al doppio per le stesse mansioni e la maggioranza delle imprese che si sono insediate lì fanno parte di gruppi industriali esteri, molto meno che da noi in fondi di investimento.

Diventa sempre più rilevante per il nostro sistema economico stimolare i giovani laureati a rimanere da noi e le dinastie industriali a riprendere ad investire nella manifattura che è stata all’origine della ricchezza ereditata. Alle soglie del definitivo ingresso nell’economia del tandem fatto da intelligenza artificiale e algoritmi è necessario tentare di ristabilire nuovi equilibri per carriere e salari in modo da motivare il capitale umano italiano ad assumere entro confini un ruolo essenziale per la crescita, avendo le condizioni per rimarcare la sua insostituibilità e rendere l’intelligenza artificiale uno strumento nelle sue mani e non viceversa. Parimenti serve una svolta nella burocrazia e nel fisco in modo da realizzare un modello che induca il capitalismo famigliare italiano a ripensare al disimpegno, rimettendo nell’industria e nel terziario parte rilevante delle proprie disponibilità finanziarie. I modelli di imprenditoria famigliare di grande successo sono tuttora presenti nelle industrie farmaceutica, agroalimentare e della produzione delle macchine per il packaging, e non a caso sono i settori che conservano la capacità di attirare i giovani. Senza dimenticare che quei gruppi sono anche ai vertici degli investimenti.