«Una patrimoniale una tantum per finanziare spesa pubblica ordinaria, che abbiamo tutti gli anni? Basterebbe per essere bocciati in economia pubblica...». L’economista Ugo Arrigo boccia senza appello la proposta del centrosinistra, rilanciata ieri da Angelo Bonelli, che ha chiesto «un contributo di solidarietà» sui super ricchi. «In Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro» ha detto il leader di Avs, che intende destinare gli incassi «nell’arco di 3-4 anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Come Arrigo la pensa pure Marco Fortis. Per il vicepresidente della Fondazione Edison, la patrimoniale è «un’assurdità» perché «non serve a nulla». Piuttosto» aggiunge «bisognerebbe impegnarsi e combattere l’evasione fiscale. Quello è il vero problema». «E poi con le patrimoniali cosa si pensa di risolvere? Raccogliere quanti soldi? In un Paese dove c’è un’evasione così elevata, bisogna prima trovare chi sono gli evasori, farli pagare, piuttosto che andare a mettere nuove imposte sugli unici che pagano le tasse, come sono dirigenti in pensione e i professionisti».
Carlo Altomonte sottolinea invece gli esiti controproducenti di un’imposta patrimoniale. «L’evidenza» spiega il professore di Economics alla Bocconi, «ci dice che la predisposizione di misure di tassazione patrimoniale per i super ricchi produce un gettito limitato perchè questi capitali sono molto mobili internazionalmente, dunque il rischio è quello di spostare gettito e posti di lavoro (di chi quei capitali gestisce) all’estero».
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Insomma: questa patrimoniale non s’ha da fare. «Il tempo è poco ed è bene non sprecarlo inseguendo idee inefficaci e irragionevoli» taglia corto l’economista Nicola Rossi, dell’Istituto Bruno Leoni. Quanto invece alla situazione economica dell’Italia, i pareri divergono. Il più ottimista è Fortis che, numeri alla mano, sottolinea come il nostro Paese abbia registrato nei primi due trimestri dell’anno una crescita superiore a quella della Francia: «In base ai dati usciti ieri, la crescita francese è stata negativa dello 0,1%. Insomma: è ferma e ha la finanza pubblica scassata. Mentre l’Italia, pur tenendo i conti in ordine, ha registrato una variazione del Pil dello 0,3% nel primo trimestre».
Non solo. Perché, aggiunge Fortis, in base alle proiezioni dell’Ocse, «negli ultimi due trimestri l’Italia è cresciuta come gli Stati Uniti, anzi di più, se si considerano anche con i decimali. E più di tanti altri Paesi. Come la Germania che sì, sta crescendo, ma è stata ferma per sei anni. E poi è ancora con una variazione nulla rispetto al 2019». Ma c’è dell’altro che in prospettiva può dare un po’ di ossigeno alla finanza pubblica: la crescita acquisita, ovvero l’aumento del Pil che si avrebbe se nel resto dell’anno l’economia si dovesse fermare. «Per l’Italia è già +0,63%, sopra le previsioni dell’Ocse e della Commissione europea per l’intero 2026. Mentre la crescita prevista per la Francia allo 0,8% dall’Ue e allo 0,9% dall’Ocse si scontra con il fatto che il dato acquisito finora è di appena lo 0,4%» sottolinea Fortis.
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Un punto su cui tutti concordano è l’ottima gestione dei conti pubblici del governo Meloni. Secondo Rossi- che evidenzia «come la spesa pubblica aggiuntiva degli ultimi anni abbia provocato qualche effetto di breve periodo senza incidere significativamente sulla nostra capacità di crescere»- «la differenza rispetto al passato è data da una gestione meritoriamente prudente della finanza pubblica».
Per Fortis, «Giorgetti ha tenuto perfettamente in ordine il bilancio in questi anni, cosa che ha permesso di tagliare le accise». Il punto però è che bisogna riportare il deficit sotto la soglia del 3% per uscire dalla procedura di infrazione. «Il disavanzo» sottolinea Fortis, «deve scendere perché non possiamo permetterci di pagare più interessi di quelli che già paghiamo. E soprattutto abbiamo bisogno che i mercati continuino a dire che l’Italia è tra i Paesi più virtuosi d’Europa». Anche per Arrigo «la gestione della finanza pubblica è stata ineccepibile»: «Dal punto di vista dei conti pubblici fare le pulci al governo sarebbe molto difficile».
Ma c’è anche il tema di intervenire sul taglio delle tasse nella prossima legge di bilancio, magari alzando l’aliquota Irpef ridotta al dal 35 al 33% per i redditi fino a 60mila euro (ora 50mila) come proposto dal viceministro all’Economia, Maurizio Leo. «Mi aspetto che si voglia mantenere ferma la linea di una politica di bilancio disciplinata: non è il momento per cambiare la rotta anche se in vista c’è una scadenza elettorale» sottolinea Rossi. «Sarebbe bene identificare un obiettivo di rilevante valore anche simbolico - e certamente la riduzione delle tasse lo è- e concentrarvi tutte o quasi le risorse disponibili. Ampliando, ad esempio, l’ambito del secondo scaglione Irpef. Ma, come dicevo, non a debito. È un compito non semplice ma, credo, non impossibile».




