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Possedere qualcosa in Italia è diventato una disgrazia

Il comunismo è per Marx quel regime in cui la proprietà privata è soppressa in quanto espressione dell’alienazione con cui il proletario cede il prodotto del proprio lavoro al padrone
di Corrado Oconelunedì 7 settembre 2026
Possedere qualcosa in Italia è diventato una disgrazia

3' di lettura

Il comunismo è per Marx quel regime in cui la proprietà privata è soppressa in quanto espressione dell’alienazione con cui il proletario cede il prodotto del proprio lavoro al padrone. Marx vedeva il comunismo come il frutto di un’azione rivoluzionaria, ma parlava anche di un “movimento reale” che avrebbe condotto le società verso di esso. Quella che sembra un’utopia, pare oggi realizzarsi. Ad abolire gradualmente la proprietà privata sono proprio quei regimi politici che si definiscono liberali o liberal-democratici. È questo il paradosso cui assistiamo e di cui un piccolo, ma significativo, episodio di cronaca di questi giorni sembra esserne la prova.

Siamo a Travo, un comune in provincia di Piacenza, sulle sponde del fiume Trebbia. È qui che un cittadino milanese eredita una serie di appezzamenti di terreno di cui vorrebbe liberarsi perché non sa che farsene pur gravandogli enormemente sulle spalle in oneri e tasse. Che almeno qualcuno li metta a profitto! Con sua sorpresa non riesce però a trovare un acquirente, per lo stesso motivo: il carico fiscale non sarebbe sostenibile. Di qui il primo paradosso, puntualmente evidenziato in una nota dal presidente nazionale di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «ereditare immobili un tempo era una fortuna, oggi in molti casi è una disdetta, per via di tasse, spese e assenza di redditività». La piccola proprietà di case e terreni, su cui fino a ieri si reggeva la classe media italiana, l’ossatura del Paese, tende a scomparire. Soprattutto lavorare per essere proprietari di qualcosa di proprio, anche per lasciare delle sostanze ai propri figli, non può essere considerato più un obiettivo. Si sta realizzando il comunismo e proprio come voleva Marx per le contraddizioni interne al sistema borghese? Neanche per sogno: per quanto suggestivo, il paragone con cui si è aperto questo articolo regge fino a un certo punto. Che non regga fino in fondo ce lo fa capire la seconda parte della nostra storia.

CONDANNATO A PAGARE TASSE
Sconsolato, il protagonista decide allora di liberarsi del fardello rivolgendosi all’amministrazione comunale, cioè direttamente a quello Stato che nella prospettiva marxiana doveva diventare proprietario non solo dei mezzi di produzione ma dei beni materiali tutti, che poi avrebbe messo in comune. Egli fa presente che quei terreni li avrebbe regalati, cioè ceduti a titolo gratuito al Comune in cui sono situati. Con sommo stupore, il cittadino milanese di questa storia ha incassato un secondo rifiuto: la sindaca di Travo, Roberta Valla, non ha accettato l’offerta e sempre per gli stessi motivi, cioè per gli alti oneri fiscali e per i costi di manutenzione assolutamente non sopportabili dalle casse comunali. Insomma, il sistema burocratico messo su sembra sfuggire di mano anche allo Stato. La tassazione sembra diventata una piovra impersonale, non più sotto il nostro controllo, che si autoalimenta e prova a strozzarci. La vicenda racconta di un malcapitato che in una sorta di distopia kafkiana è condannato ad una proprietà che non è tale, cioè è condannato solo a pagare tasse.

Una vicenda esemplare perché nelle sue condizioni, chi più chi meno, sono molti a trovarsi. La cronaca ci fa poi anche capire come quella per la proprietà privata non possa essere considerata una battaglia fra le tante, e per di più di retroguardia. Non può esserlo perché di mezzo ne va la nostra stessa individualità, il nostro stesso essere liberi. Il padre del canone liberale moderno, John Locke, riduceva solo a tre i diritti fondamentali che un regime politico deve garantire: la vita, la libertà e, appunto, la proprietà. Più che di tre diritti, si tratta di un solo diritto con tre facce diverse: ci si unisce in una comunità politica per aver salva la vita, non solo quella corporea ma anche quella spirituale, che è appunto tale perché libera e non determinata. Quanto alla proprietà essa è come una estensione del nostro corpo, una difesa contro il potere che vorrebbe occupare ogni spazio. Insistere su questo punto sembra inattuale, ma è doveroso farlo.