È davvero paradossale che siano proprio coloro che hanno dilapidato risorse pubbliche con bonus, Superbonus e redditi di cittadinanza a fare la morale a Giorgia Meloni per la soppressione del bollo auto, cioè di uno dei più odiosi balzelli mai concepiti dalla pur sempre fertile e creativa burocrazia fiscale. Bene ha fatto il governo a chiarire le coperture di una misura che non vuole essere temporanea ma strutturale e che, fra l’altro, costa molto meno di quelle che volevano “abolire la povertà”.
Poco però si è riflettuto sulle conseguenze psicologiche, o se si preferisce sul messaggio, che è trasmesso ai cittadini in questo e nell’altro caso. Quello veicolato dal reddito di cittadinanza è davvero deleterio. In effetti, se tu garantisci a chiunque un reddito minimo, fai capire che, se non hai particolari ambizioni, te la puoi cavare comunque benino nella lotteria della vita perché c’è chi verrà sempre a soccorrerti e proteggerti. Perché mettersi in gioco? Perché fare sacrifici e lavorare duro, casomai per uno stipendio inferiore a quello che ti garantisce l’autorità pubblica? E pazienza che chi si mostra così benefico nei tuoi confronti, ti tenga avvinto nella sua rete deresponsabilizzandoti e togliendoti la libertà: per un minimo di sicurezza e benessere si è disposti a vendere l’anima.
La cultura del reddito garantito comporta altre due conseguenze, morali e sociali se non proprio psicologiche: da una parte, favorisce il servilismo dei beneficiati verso i loro protettori; dall’altra, la corruzione e il clientelismo dei beneficiari. Anche una tassazione ingenerosa e ingiusta, sentita come un furto, fa perdere la voglia di impegnarsi e lavorare, ma soprattutto alla parte più attiva e produttiva della società. Perché impegnarmi, se poi il frutto del mio lavoro mi viene sottratto dallo Stato? È proprio a questo ceto produttivo, oltre che al cittadino comune, che, con la soppressione del bollo auto, il governo manda un messaggio opposto al precedente, gli fa capire che non metterà le mani nelle sue tasche.
In questo caso, lo Stato non dà con una mano ad alcuni e sottrae con l’altra a tutti gli altri. Esso piuttosto libera energie, risveglia gli assopiti spiriti vitali e morali, invoglia a impegnarsi, guadagnare, consumare, investire. Si ha l’impressione che il nostro portafoglio sia più ricco e noi si sia più liberi. Mero stato d’animo? Fattore psicologico più che reale? Sarà pure, ma la scienza economica ci insegna che sono proprio i fattori emotivi a mettere in moto quei processi che alla fine fanno crescere anche l’economia reale di una nazione. In sostanza, nella dicotomia che viene a manifestarsi fra i fautori del reddito di cittadinanza e quelli dell’abolizione delle tasse, si vede all’opera la differenza di fondo fra due opposte filosofie: la liberale e la socialista.
Nel primo caso al centro è l’uomo, a cui si dà fiducia e nelle cui mani si rimette buona parte della sua fortuna; nel secondo, la diffidenza per tutto ciò che è individuale porta ad esaltare la presunta neutralità di un organismo artificiale a cui si vorrebbe affidare per intero il governo delle nostre vite in vista di un non ben definito bene comune. Salvo poi scoprire che questo organismo, lo Stato, neutro non è affatto, ma è il modo per mascherare dietro la finzione dell’imparzialità il predominio di un ceto egemone, per lo più di politici e burocrati, sulla vita di tutti. Un’ultima obiezione, infine: si dice che quella della Meloni sia stata una misura elettorale, una captatio benevolantiae verso gli elettori. E con ciò? In un regime democratico, a chi se non ai cittadini-elettori deve farsi riferimento? A fini elettorali erano stati concepiti pure i vari bonus e i salari minimi. La differenza è però tutta nei contenuti ed è quella che corre fra misure popolari e misure populistiche, cioè fra provvedimenti che rimuovono ostacoli ingiustificati sul cammino dei singoli verso la loro autorealizzazione e provvedimenti demagogici che li illudono e ingannano a buon mercato.




